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Europa, l’ora della maggiore integrazione 

Mai come oggi l’Europa ha bisogno di realismo, concretezza e pragmatismo. Un bisogno reso urgente dall’annunciata rottura trumpiana dello storico asse euroatlantico

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Europa, l’ora della maggiore integrazione 

Mai come oggi l’Europa ha bisogno di realismo, concretezza e pragmatismo. Un bisogno reso urgente dall’annunciata rottura trumpiana dello storico asse euroatlantico

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Europa, l’ora della maggiore integrazione 

Mai come oggi l’Europa ha bisogno di realismo, concretezza e pragmatismo. Un bisogno reso urgente dall’annunciata rottura trumpiana dello storico asse euroatlantico

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Mai come oggi l’Europa ha bisogno di realismo, concretezza e pragmatismo. Un bisogno reso urgente dall’annunciata rottura trumpiana dello storico asse euroatlantico

Diceva il vecchio Karl Popper che il limite dell’Unione Europea è stato quello di aver «ceduto all’ingegneria utopistica», dando di conseguenza vita a un’Europa «non democratica» bensì «dogmatica». Ne discende l’antico adagio secondo cui gli Stati Uniti innovano, la Cina copia e l’Ue regolamenta. Ecco, quella stagione è finita. Mai come oggi l’Ue ha bisogno di realismo, concretezza e pragmatismo. Un bisogno reso urgente dall’annunciata rottura trumpiana dello storico asse euroatlantico e, dunque, dal venir meno della protezione americana delle sovranità e degli interessi europei. Qualche timido segnale di concretezza è giunto. Per esempio il fatto che, sulla spinta del rapporto Draghi, la Commissione europea abbia messo la crescita economica al primo punto dell’agenda comunitaria e abbia di conseguenza declassato gli obiettivi del Green Deal. Ma, naturalmente, non basta.

Se è vero che soltanto nei momenti di crisi l’Europa ha trovato la forza di compiere inaspettati balzi in avanti sulla strada della propria costruzione come soggetto politico, beh, il momento è questo. Siamo infatti al cospetto di una crisi conclamata, che nei prossimi anni sarà oggetto di studio da parte degli storici. Siamo all’anno zero, all’inizio di una nuova era geopolitica. Un’era in cui la minaccia alle liberaldemocrazie non viene più solo dall’esterno del perimetro occidentale, ma anche dal suo interno. Solo chi è in malafede può ritenere che in un mondo globalizzato un singolo Stato nazionale possa essere in grado di tutelare la propria sovranità e i propri interessi dall’incombere di vecchi e nuovi imperi.

L’Italia si salverà solo se la dimensione europea prenderà corpo. L’Europa, come sostenevano tanto Luigi Einaudi quanto Altiero Spinelli, non rappresenta infatti l’alternativa alle identità nazionali ma l’unica condizione per la loro sopravvivenza. Se quel che oggi si capisce delle intenzioni di Donald Trump dovesse rivelarsi fondato, a breve l’Ue si troverebbe sola. Senza un apparato di difesa militare che la protegga, senza regole internazionali condivise dagli Stati un tempo detti ‘liberi’ in quanto liberali e senza un mercato economico globale vagamente regolamentato.

Il destino di ogni Stato europeo è già scritto senza uno scatto di reni: assoggettarsi a uno degli attuali imperi. Agli Stati Uniti, alla Cina o alla Russia. Destino non entusiasmante. Pensare che i 27 Paesi che costituiscono l’Ue possano trovare d’incanto un comune denominatore sarebbe ingenuo. La clausola di salvaguardia annunciata da Ursula von der Leyen al Consiglio europeo, che prevede di scorporare gli investimenti per la difesa dai vincoli di bilancio, è una buona cosa ma non è un segnale di resipiscenza europeista.

Un segnale sarebbe la messa in comune delle spese per la ricerca e per la produzione bellica. Ma non siamo ancora a questo punto. Mai come oggi, dunque, torna d’attualità l’idea di un’Europa a due velocità. O, per meglio dire, di uno ‘sdoppiamento’ dell’Europa. Prospettiva cui Mario Draghi ha fatto esplicito riferimento nelle sue recenti uscite pubbliche. Per quanto ingenuo possa apparire, vista la debolezza delle attuali leadership nazionali europee, l’unica strada oggi percorribile è quella che vede un nocciolo duro di Paesi europei mettersi insieme condividendo obiettivi strategici in una logica continentale. Gli altri seguiranno. Potrebbe essere questo, se non cederà al richiamo delle sirene eurodistruttive trumpiane, il ruolo che la Storia ha riservato a Giorgia Meloni, magari in asse col prossimo cancelliere tedesco Friedrich Merz.

di Andrea Cangini

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