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Perché il referendum sulla giustizia è stato un flop

Il flop del referendum sulla giustizia deve preoccuparci. È inutile e ingiusto attribuire colpe solo ad una o all’altra parte, se gli elettori non si affidano al mezzo più democratico a disposizione, è l’intero sistema che ha fallito.

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I cinque quesiti referendari sulla giustizia hanno subìto una clamorosa débâcle, facendo segnare il quorum più basso della storia: 20,9%. Un flop totale ma non inatteso, su cui torneremo fra poco. Sarebbe superficiale, infatti, sottostimare il calo complessivo di affluenza alle elezioni. Pur con tutti i distinguo, domenica si è arrivati al 54,72%, lontani dal 60% dell’ultima consultazione paragonabile. Il tema della disaffezione degli elettori non è certo solo italiano – si pensi alla Francia, di cui scriviamo all’interno – ma in questo caso il mal comune non è mezzo gaudio. La politica finge di costernarsi e torcersi le mani, ma insiste negli errori e nelle insane abitudini che hanno portato a questo.

Torniamo, così, all’esito dei referendum sulla giustizia: siamo ben oltre il quorum mancato, perché i cittadini (82%, secondo il più recente sondaggio) si erano anche informati, ma hanno deciso di ignorarli. Giudicandoli poco comprensibili e non efficaci. Un fallimento fragoroso per Matteo Salvini, che aveva raccolto le firme per poi disconoscerli, conscio della difficoltà dell’impresa e quasi terrorizzato dall’idea di una sconfitta giudicata inevitabile.

La débâcle di cui sopra, però, non può essere circoscritta né a lui né alla Lega, perché mai nella storia repubblicana la sinistra si era acconciata (ridotta?) a invocare l’astensione per far fallire i referendum. Consapevole della vittoria certa dei Sì, se si fosse raggiunto il 50% +1 degli elettori. Una fuga dalle proprie responsabilità e dal proprio ruolo, particolarmente amara per chi ha fatto della partecipazione civica una bandiera.

L’ennesimo omaggio a un giustizialismo che in questo Paese mantiene una vitalità e un’energia invidiabili e soprattutto preoccupanti. Così, sommando l’incapacità ultra trentennale di proporre uno straccio di riforma della giustizia ai più meschini calcoli di natura elettorale, è stato ucciso l’istituto del referendum abrogativo, a cui dobbiamo una buona parte della nostra evoluzione come società moderna, libera e compiutamente democratica. Una responsabilità gigantesca, che sarebbe ingiusto ascrivere solo ai promotori di questi referendum e che ha tanti padri. Eppure, un simile rovescio non si era mai visto e non può essere annacquato in generiche accuse alla stampa, agli avversari, eccetera.

Recuperare il senso e il valore del referendum abrogativo, oggi come oggi, appare un’impresa titanica e la nostra democrazia ne risulta oggettivamente indebolita. In linea, del resto, l’ignobile diserzione di massa dei presidenti di seggio a Palermo. Dobbiamo sapere cosa sia accaduto e come sia stato possibile, oltre alla comoda scusa della partita di calcio dei rosanero di casa. Anche se non dovesse emergere nulla di peggio di questo, resterebbe l’amara considerazione che pure un lavoro di grande responsabilità civica è finito nel tritacarne di una generale disaffezione per l’impegno e i “lavoretti” di un tempo, quando arrotondare era non solo dignitoso ma doveroso.

Quanto a vincitori e vinti delle amministrative, hanno la meglio sindaci che hanno ben fatto e le coalizioni quando reggono. Il problema resta sempre lo stesso: finché si tratta di fare campagna elettorale, tanto a destra quanto a sinistra si riesce più o meno a trovare una quadra (non sempre). Se si tratta di governare, auguri.

Considerazione che trova troppe e continue conferme per non farci preoccupare alla vigilia di un anno elettorale lungo e ricco di incognite.

Di Fulvio Giuliani

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