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Il “caso Toti” e il “caso giustizia” italiano

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Le accuse rivolte a Toti non giustificano né la carcerazione preventiva né la sua infinita durata. Al di là di ogni opinione politica

Giovanni Toti

Il “caso Toti” e il “caso giustizia” italiano

Le accuse rivolte a Toti non giustificano né la carcerazione preventiva né la sua infinita durata. Al di là di ogni opinione politica

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Il “caso Toti” e il “caso giustizia” italiano

Le accuse rivolte a Toti non giustificano né la carcerazione preventiva né la sua infinita durata. Al di là di ogni opinione politica

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Giovanni Toti, presidente della Giunta regionale della Liguria, è ai domiciliari dal 7 maggio. Due mesi. Quando potrà affrontare il processo da uomo libero? Non è dato sapere. Ciò che invece sappiamo è che Toti non si candiderà alle prossime elezioni regionali e di fatto – come ha annunciato il suo avvocato, Stefano Savi – ha rinunciato all’attività politica. È questo il primo risultato dell’inchiesta giudiziaria che però è extra-giudiziario, dal momento che non dev’essere compito della magistratura selezionare la classe politica. Quanto ai risultati giudiziari, non si sa al momento quali siano per il semplice ma non banale motivo che il risultato giudiziario si può avere soltanto dopo e non prima del processo. Dunque, il ‘caso Toti’ – per chi ha occhi per vedere, orecchie per ascoltare e, soprattutto, testa per pensare – non riguarda la eventuale corruzione e il voto di scambio bensì la carcerazione preventiva nella forma dei domiciliari che dura da oltre due mesi, non trova una conclusione, incide sulla vita politica dell’indagato e sull’amministrazione regionale. Anche se si finge di non vederlo, il ‘caso’ esiste. Son cose che sono state scritte infinite volte. Ma non è un’attenuante: è un’aggravante.

Esiste in Italia un enorme ‘caso giustizia’ – come esiste un ‘caso sanità’, un ‘caso scuola’, un ‘caso tributario’: sono le nostre quattro piaghe nazionali – in cui il ‘caso Toti’ è soltanto la parte visibile in un’inchiesta in cui, tutto sommato, il presidente ligure è un privilegiato. Infatti nel nostro bellissimo Paese dal 1992 – ossia dall’anno in cui si avvia la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione presso il Ministero dell’Economia – al 2018 sono stati registrati oltre 27.200 casi di ingiusta custodia cautelare. In media, ogni anno 1.007 innocenti sono finiti in galera: 3 al giorno. Queste cifre, che sono fuori dall’immaginazione ma dentro la realtà, riguardano ‘solo’ le vittime di ingiusta detenzione. Altra cosa è il vero e proprio errore giudiziario. Dal 1991 al 2018 gli errori giudiziari conosciuti sono stati 144. L’errore giudiziario più noto di tutti – e più clamoroso – è quello di Beniamino Zuncheddu, il povero Beniamino che si è fatto la bellezza di 33 anni di galera da innocente. Al pastore sardo potrete restituire tutto ma è sempre poco, molto poco, perché nemmeno Dio gli potrà ridare la vita libera senza la vita carceraria. Purtroppo, il più grande male italiano è proprio questo: c’è una concezione divina della giustizia, si confonde tra magistrato e padreterno, si tende a pensare che il magistrato sia infallibile.

Perché? Perché si pensa che la cosa non ci riguardi e, in fondo, chi si trova in cattive acque avrà pur fatto qualcosa. Così quando ci si trova dentro senza sapere nulla è troppo tardi. L’errore giudiziario è subdolo: che sia errore lo si sa soltanto dopo, mentre durante le indagini e durante il processo tutto appare ‘giusto’ e ‘normale’. Si sconta qui la pena di una concezione inquisitoriale della giustizia. Ecco perché nell’amministrazione della giustizia non c’è nulla di più importante delle garanzie dell’indagato e dell’accusato che non possono non venire anche dall’uso eccezionale della carcerazione preventiva. Le accuse che sono rivolte al presidente della Regione Liguria non giustificano né la carcerazione preventiva né la sua infinita durata. Al di là di ogni opinione politica, il ‘caso Toti’ non è più la presunta corruzione e il presunto voto di scambio ma un’inchiesta che aumenta i numeri già vertiginosi delle vittime della ingiusta detenzione.

Di Giancristiano Desiderio

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