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Il giorno della verità sul governo Draghi

Mario Draghi, la carta vincente fuori e dentro i confini nazionali, svelerà le sue intenzioni: andare avanti o dimettersi. Ma nella politica tutta italiana dell’autoreferenzialità, tutto può accadere.

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Facciamo così: oggi il M5S di Giuseppe Conte vota la fiducia a Draghi non perché ha cambiato idea bensì per strozzare la manovra scissionista del capogruppo alla Camera, Davide Crippa. E poi si ricomincia come prima, dopo una settimana di fibrillazioni che hanno coinvolto i massimi livelli istituzionali annunciando l’Armageddon governativo e invece era nient’altro che una puntata extra di “Scherzi a parte”.

Ovviamente è uno scenario volutamente paradossale: ma qualcuno potrebbe dire con sicurezza che è anche irreale? In fondo il punto è proprio questo, l’ennesimo ghirigori della crisi di sistema che ci portiamo appresso da anni e che stavolta ha inghiottito anche Mario Draghi, ossia il meglio che potevamo giocare, la carta vincente dentro e fuori i confini nazionali.

Oggi il presidente del Consiglio svelerà le sue intenzioni, se andare avanti o dimettersi irrevocabilmente. Da quando, giovedì scorso in Consiglio dei ministri, dopo il non voto di fiducia dei Cinquestelle, spiegò a muso duro che «la maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla sua creazione non c’è più» e che dunque era venuto meno «il patto di fiducia» alla base dell’azione dell’esecutivo, di fatto nulla di sostanziale è cambiato.

Abbiamo assistito ai lambiccamenti cerebrali (alcuni espressi a quanto pare in costume da bagno perché, insomma, ma hai visto che caldo che fa?) dei pentastellati in assemblea permanente decisi a ripercorrere i sentieri dei Collettivi studenteschi di 40 anni fa: tantissime chiacchiere, qualche occhiata obliqua per vedere l’effetto dei propri interventi e alla fine la decisione unanime di riconvocarsi e ripetere il medesimo copione. A parte questo, poco altro. Che poi, almeno fuori dal Palazzo, tanto poco non è stato, ma ci arriviamo tra un secondo.

Prima va detto che nonostante le cose siano rimaste sostanzialmente le stesse, il barometro dei frequentatori degli emicicli di Camera e Senato punta sulla convinzione che SuperMario non resisterà al pressing e resterà dov’è fino al termine della legislatura. Ammaccando in parte il suo profilo però facendo felici e contenti un bel po’ di personaggi, parecchi con diversi centimetri di pelo sullo stomaco.

In realtà c’è ancora una fetta di osservatori e di elettori che si ostina a credere che invece di fronte agli onorevoli rappresentanti del popolo l’ex presidente Bce scarterà, annunciando l’irrevocabile addio. Chissà. Però il fatto che siamo il Paese dei tarallucci e vino come exit strategy qualcosa vorrà dire.

Ecco. Ricordavamo che in questi cinque giorni di agonia farlocca qualcosa è successo. Precisamente che, seppur con qualche strumentalità, le categorie professionali, i ceti medi, l’associazionismo, il terzo settore, le parti sociali e insomma gran parte dell’universo dei settori intermedi – seppelliti dal disinteresse e sfiancati dal Covid – sono tornati a far capolino, a scendere in piazza per segnare la loro presenza e la voglia di farsi sentire. Dunque, come si sarebbe detto una volta, sono tornati a fare politica; seppur nelle forme e nei modi di adesso e non di mezzo secolo fa. I corpi intermedi sono l’ossatura del Paese, il corposo segmento sociale che è il più infiacchito dalla crisi e il meno considerato nonché il meno protetto. Tuttavia era e resta decisivo.

Se si muove, in questo caso per sostenere la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi (peraltro in sintonia con l’umore degli italiani) vuol dire che vive e s’ingegna. Solo che non trova rappresentanza perché i terminali politici – ossia istituzioni, partiti, movimenti – sono atrofizzati nella loro autoreferenzialità. Brutto, brutto affare.

 

di Carlo Fusi

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