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A 12 mesi dal ritorno alle urne, la nostra classe politica si cimenta su TikTok

Mancano solo 12 mesi, giorno più giorno meno, alle prossime elezioni e la classe politica sembra occupata a rimpinguare seggi senza criterio e fare propaganda su TikTok. E il futuro? Un vorrei ma non posso.

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Le elezioni del 6 aprile 1992 sono considerate l’addio della prima Repubblica. Vi parteciparono per l’ultima volta con i rispettivi simboli Dc e Psi: il Pci già non c’era più, spezzato in due tra Pds e Rifondazione. Umberto Bossi aveva battezzato la Lega Nord.

Il pentapartito, anche se il Pri si era praticamente defilato, ottenne quasi il 55% dei voti: appena due anni dopo, con lo scioglimento del “Parlamento degli inquisiti” deciso da Oscar Luigi Scalfaro, era morto e sepolto. Rastrellare consensi, perfino maggioritari – avendo però un’identità fluttuante e programmi politici appena abbozzati o semplici rimasticature tirate fuori dai cassetti – non garantisce sopravvivenza politica, specie se tira aria di burrasca (remember Mani Pulite?) e servono ancoraggi forti e consolidati. A cominciare dalla politica estera. Per cui facciamo un salto di trent’anni e veniamo ai giorni nostri.

Dopo il colpo di maglio della pandemia ora è il ritorno della guerra in Europa a scuotere il Palazzo della politica. Tra dodici mesi, giorno più giorno meno, gli italiani saranno chiamati alle urne: forse che partiti e movimenti (a proposito: smettiamo di chiamarli così, anche il M5S è diventato un partito, hip hip urrà…) hanno imparato la lezione del 1992 e varato la terza Repubblica delle Responsabilità? Pur con tutta l’indulgenza possibile, la risposta è un desolante no.

O meglio: arroccati nelle loro stanze inaccessibili ai mortali, segreterie e gruppi di comando continuano a stilare le liste dei candidati da appendere fuori delle aule scolastiche con l’obiettivo di raggranellare il massimo di voti, scandalizzandosi come scontrosi Gattopardi quando si accorgono che alle urne si presenta ormai poco più della metà degli aventi diritto: nel 1992 i votanti furono l’82%. Poco importa, quel che conta è assommare seggi magari al riparo di etichette di coalizione che sono nient’altro che inganni. Salvo lodevoli ma risicatissime eccezioni, nessuno si domanda: ok, ma poi con questi voti e questi seggi che ci facciamo? La nota più desolante è che non se lo chiedono più neppure gli elettori. Vanno dove li porta il cuore. E la capacità di sopportazione.

Però un Paese non può fare così. Non può recidere il futuro considerandolo una propaggine fastidiosa del presente. Non può non avere la necessaria lungimiranza per capire dove stia andando ed eventualmente quali sterzate dare per rimanere al centro della carreggiata. Eppure da noi non si fa.

Partiti e forze politiche si cimentano sul TikTok (riferimento tutt’altro che casuale) dei sorrisi ammiccanti e dei post caramellosi, evitando accuratamente di confrontarsi sul che fare e come farlo, adottando la bussola della credibilità. Succede il contrario. I programmi sono promesse vaghe e cangianti a seconda del partner con cui fare il governo: basta guardare quanto successo in questa legislatura con il Conte 1 e 2. Le identità sono scoloriti ghirigori su cui appiccicare il post-it che fa più comodo al momento opportuno.

E il futuro diventa il tappeto onirico del vorrei ma non posso. O meglio: del non mi conviene. Così la politica diventa affare di pifferai magici. Che conducono dove sappiamo.

 

di Carlo Fusi

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