La politica italiana è alla frutta… letteralmente
La politica italiana e la fame insaziabile di intelligenza artificiale, che brucia energia elettrica e risorse per produrre propaganda digitale, svuotata di ogni senso
La politica italiana è alla frutta… letteralmente
La politica italiana e la fame insaziabile di intelligenza artificiale, che brucia energia elettrica e risorse per produrre propaganda digitale, svuotata di ogni senso
La politica italiana è alla frutta… letteralmente
La politica italiana e la fame insaziabile di intelligenza artificiale, che brucia energia elettrica e risorse per produrre propaganda digitale, svuotata di ogni senso
Guardate bene le immagini del video pubblicato dai canali ufficiali della Lega: una mela, una fragola, una banana in giacca e cravatta che sorseggiano caffè in un’atmosfera da cartone animato di dubbio gusto. Non è la sigla di un programma per l’infanzia, ma l’ultima frontiera della comunicazione politica. Un video generato interamente dall’IA per rincorrere il formato dei “reelshort”, una piattaforma di micro-telenovela frammentate che piacciono tanto agli utenti d’oltreoceano e che stanno iniziando a sbarcare anche nel vecchio continente.
Vi chiediamo apertamente: a cosa serve davvero tutto questo? La risposta è desolante. Non sposta un solo voto, non spiega una visione di Paese e non risolve un singolo problema reale. Serve solo a nutrire la fame insaziabile dell’intelligenza artificiale, che brucia energia elettrica e risorse per produrre propaganda digitale svuotata di ogni senso. Generare questa sciatteria istituzionale per “strizzare l’occhio” ai trend del momento è un atto di irresponsabilità che ignora l’impatto reale della tecnologia sull’ambiente e sulla qualità del dibattito pubblico.
Sia chiara una cosa: il problema non è lo strumento. L’IA è una tecnologia prodigiosa, un moltiplicatore di capacità umane del quale non abbiamo ancora compreso appieno le reali potenzialità. Vedere istituzioni e partiti che impiegano algoritmi avanzatissimi per produrre contenuti di una banalità sconcertante è però la fotografia esatta della nostra povertà culturale. Il problema siamo noi, non lo strumento.
Siamo scivolati in una trappola pericolosa. Invece di concentrarci sul messaggio, ci siamo innamorati del contenitore, delegando la narrazione a un software che non ha anima né strategia. Rincorrere il linguaggio dei meme non significa parlare alle persone, ma svendere la propria autorevolezza per un pugno di visualizzazioni. Mentre i partiti infatti giocano a fare i “giovani”, la gente si allontana, percependo un vuoto che nessuna animazione digitale può colmare. Delegare la comunicazione a un algoritmo produce risultati grotteschi che non aggiungono nulla, se non ulteriore fastidio su un sistema già saturo.
Il problema vero, però, è l’inadeguatezza. Come ha sottolineato il direttore Fulvio Giuliani nell’odierna puntata del podcast Il Risveglio della Ragione, ci troviamo di fronte a una classe politica che litiga e si confronta, ma che appare totalmente incapace di gestire il passaggio storico che stiamo attraversando. La politica dovrebbe essere l’adulto nella stanza, il punto di riferimento che guida il Paese, non l’adolescente che cerca di diventare virale con la frutta animata. Se chi deve guidarci gestisce la comunicazione pubblica con la stessa leggerezza di un gruppo WhatsApp, non possiamo stupirci se il patto di fiducia con i cittadini è ormai ridotto a brandelli.
I partiti politici devono tornare a comunicare con chiarezza, coerenza e carattere. Serve una narrazione che non abbia bisogno di trucchi digitali per stare in piedi. Senza urlare, senza fingere e, soprattutto, senza trasformare le istituzioni in una brutta copia dei social network. In democrazia, la forma è sostanza. Se la politica smette di essere seria, non possiamo pretendere che i cittadini la prendano sul serio.
Di Luca Cavallini
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