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Le promesse elettorali

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«Le promesse elettorali impegnano solo chi dà loro credito», nel senso che non vanno mai prese seriamente.
promesse elettorali

Le promesse elettorali

«Le promesse elettorali impegnano solo chi dà loro credito», nel senso che non vanno mai prese seriamente.
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Le promesse elettorali

«Le promesse elettorali impegnano solo chi dà loro credito», nel senso che non vanno mai prese seriamente.
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Jacques Chirac, vecchia volpe della politica transalpina, soleva dire che «le promesse elettorali impegnano solo chi dà loro credito», nel senso che non vanno mai prese seriamente. I principali contendenti del 25 settembre, coerentemente, abbondano di promesse fallaci o insostenibili ma sembrano aver abbandonato alcune velleità estreme, come l’idea di uscire dall’euro e di aumentare la spesa in deficit senza limiti a colpi di bonus.

Manca tuttavia nel dibattito politico-elettorale italiano la consapevolezza della gravità delle sfide che ci attendono. L’inflazione è ai massimi degli ultimi 40 anni, su scala globale, e il forte aumento dei costi dell’energia, come è normale accada col passar del tempo, sta creando aspettative inflazioniste che generano un circolo vizioso: chi può aumenta i prezzi perché prevede maggiore futura inflazione. Le banche centrali, dai due lati dell’Atlantico, dopo aver ecceduto nel ribasso dei tassi d’interesse durante la pandemia, ora si vedono obbligate a invertire la rotta, restringendo il credito e alzando i tassi per ridurre fortemente le attese inflazionistiche. Il messaggio da Jackson Hole è stato chiaro.

In questo quadro, la situazione finanziaria dell’Italia diventa insostenibile in assenza di maggiore solidarietà finanziaria europea e di riforme strutturali per innovare rapidamente e recuperare efficienza. L’Ue è chiaramente consapevole della gravità della situazione e non ha alcun interesse a “lasciar cadere” l’Italia, ma neppure a consentire che la penisola diventi un malato cronico incurabile. Il vero interesse nazionale dell’Italia consiste pertanto nel seguire – accelerandole e approfondendole – le riforme iniziate a guida Draghi, per correre più rapidamente dei partner e continuare a ridurre di conseguenza il rapporto debito/Pil con la crescita del denominatore. L’alternativa sarebbe la riduzione del numeratore (il debito) mediante un salasso impositivo patrimoniale.

Stando ai sondaggi, il cosiddetto centro-destra si appresta a conquistare la maggioranza e avrà dunque l’onere delle scelte inevitabilmente difficili che attendono il prossimo governo. I governi di unità nazionale sono una soluzione valida in tempo di guerra e un consenso bipartisan sui fondamenti della politica estera di un Paese ne rafforza chiaramente la posizione, ma su riforme economiche profonde è normale e salutare che l’elettorato si divida e che il vincitore governi.

La prospettiva di una vittoria della destra viene agitata da sinistra come uno spauracchio di misure anti-popolari in arrivo. A ben vedere, tuttavia, e considerando i precedenti, il vero rischio di una vittoria di questa destra sta nella prevedibile incapacità di assumere le misure anti-popolari necessarie, attribuendo poi ad altri le colpe delle conseguenze dell’inazione.

Il 25 settembre, la decisione più rilevante resta quella degli attuali indecisi. Speriamo sia saggia.

di Ottavio Lavaggi

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