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L’interventista con una propria maggioranza (che era di Mattei)

L’ascesa di Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica dal 1955 al 1962. Un Presidente con una propria maggioranza che cadde sotto la scure del suo interventismo.

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Il primo capo provvisorio dello Stato – dopo il 2 giugno del 1946, quando gli italiani scelsero la Repubblica – fu Alcide De Gasperi, in quanto capo del governo. Il 29 giugno l’Assemblea costituente scelse per quell’incarico Enrico De Nicola. Uomo retto, ma non coraggioso. Presiedeva la Camera quando Mussolini la definì «aula sorda e grigia», proponendosi di trasformarla in «bivacco per i miei manipoli». Non reagì. Oltre che mansueto era monarchico e il suo compito, bene assolto, era quello di tacere e ricucire.

Dopo di lui, una volta promulgata la Costituzione, fu la volta di Luigi Einaudi, cui si debbono molti dei costumi presidenziali poi divenuti consuetudine. Fu il primo (lo sappiano, ignoranti e smemorati) a ricordare bruscamente che la Costituzione assegna al presidente il compito di nominare i ministri, sicché i partiti non dovevano interferire con quel potere.

A De Nicola e a Einaudi abbiamo già dedicato ricordi e pagine. Ma nutriamo la convinzione che anche dei successori vi sia memoria confusa. Sicché cominciamo con il successore di Einaudi: Giovanni Gronchi, che fu presidente dal 1955 al 1962. Magari taluni pensano sia un francobollo, rosa: stampato per sbaglio e che divenne prelibatezza filatelica.

L’impostazione di De Gasperi consisteva nell’avere una maggioranza presidenziale che ricalcasse quella governativa, semmai allargandola. Ma in quel 1955 le cose andarono diversamente. La Democrazia cristiana di Fanfani puntava su Cesare Merzagora, ma al secondo scrutinio comparve qualche scheda con il nome di Gronchi. Al terzo erano più numerose di quelle di Merzagora. L’aretino Fanfani chiese all’altro toscanaccio, di Pontedera, Gronchi, di ritirarsi, ma lui rispose: e come faccio? non mi sono mai candidato.

A quel punto il pericolo, per Fanfani, era che la sinistra votasse ed eleggesse Gronchi che, si badi bene, aveva votato contro il Patto Atlantico. Capitolò e alla quarta votazione il presidente d’aula, Gronchi, lesse per 658 volte il nome di Gronchi. Nenni, socialista, cantò vittoria. Il grande elettore, però, era Enrico Mattei. La dimostrazione sta nel fatto che i due partiti più filoccidentali, socialdemocratici e repubblicani, misero nell’urna le schede bianche, perché fossero riconosciute come le loro. Così arrivò al Quirinale un presidente dotato di propria maggioranza.

Questo lo indusse in errore, perché fu un presidente molto interventista (lo sappiano, ignoranti e smemorati, che credono sia costume successivo): riteneva di dovere dare indirizzi politici, riuniva i prefetti, parlava con gli ambasciatori, fin quando si spinse a interloquire direttamente con la Casa Bianca e il governo non controfirmò l’atto. Poi la politica che si vendica: lui, con una maggioranza comprendente la sinistra, vuole il governo Tambroni, democristiano che guarda a sinistra, ma il governo passa con i voti della destra ex fascista. Succede un putiferio e quella fu la sua fine politica.

di Gaia Cenol

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