Il “principio di realtà”, per Sigmund Freud, ci consente di posticipare o sostituire i nostri desideri in funzione delle pressioni della realtà medesima. Adattandoci, insomma.
Sarebbe opportuno richiamarlo alla memoria di tutti i partiti, nessuno escluso. 48 ore dopo la (ri)elezione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in troppi stanno cercando di far finta che tutto sia andato bene. Che un’intera settimana di tragicomici rincorse e balletti fosse in realtà solo un’astuta mossa strategica per arrivare al Mattarella-bis. Il vero guaio è che gli unici a crederci sono proprio loro, quelli disposti a forzare la realtà oltre ogni limite di rottura pur di non certificare la propria incapacità di rispondere alle esigenze del Paese.
Sarcasmo a parte, è molto grave quello a cui stiamo assistendo: una classe politica che da autoreferenziale va trasformandosi in dissociata. Come si può credere, senza rischiare di perdere ciò che resta della propria faccia, che «il governo sia più forte e coeso» (citazione del segretario del Partito democratico Enrico Letta)? Come si può pensare di avere voce in capitolo nei complessi e articolati temi sul tavolo se si passa il tempo ad accoltellarsi in casa (Movimento Cinque Stelle) o a guardarsi in cagnesco (Salvini e Giorgetti)?!
Un simile panorama di macerie – metafora abusata in questi giorni, ma tremendamente efficace – non risparmia nessuno, anche chi crede di essere uscito vincitore perché ha avuto l’istinto e la furbizia di aspettare che gli altri si facessero male da soli. In altri articoli approfondiamo ciò che il governo sarà chiamato a fare e parliamo dell’unica strada davanti a Mario Draghi, che finirà per prevedere sempre meno trattative. Chi ci sta, bene, chi vorrà fare campagna elettorale in Consiglio dei ministri è probabile che debba sperimentare un capo del governo molto più rigido di prima.
Nel mentre, sentirete parlare sempre più di legge elettorale. Tema invero cruciale e che andrebbe posto come priorità dell’attività parlamentare. Ancora una volta, il problema è che siamo ai pezzi sulla scacchiera: il Pd ha abbracciato definitivamente il proporzionale, Fratelli d’Italia lo rifiuta, nel legittimo tentativo di Giorgia Meloni di conquistare la leadership del destra-centro dopo l’epic fail di Matteo Salvini e degli altri partiti spaccati al loro interno. Tanto per cambiare. Un panorama siffatto, completamente balcanizzato dalla settimana del Quirinale, dovrebbe comporsi per magia riuscendo a trovare un punto di caduta sulla legge funzionale alla governabilità. Beato chi ci crede.
Una soluzione ci sarebbe, nota a tutti, ma neppure presa in considerazione perché troppo efficace: il doppio turno alla francese. Il doppio turno con ballottaggio – che in Italia fa bene il proprio lavoro nell’elezione dei sindaci – ha l’indiscutibile pregio di garantire governabilità la sera stessa del secondo turno e di tagliar fuori gli estremisti. Si guardi ai ripetuti esempi offerti dalle elezioni francesi in tal senso. Tutti lo sanno, ripetiamo, ma nessuno si sognerebbe mai di proporlo perché ciascuno vedrebbe ridursi drasticamente la libertà di manovra post elettorale. Tradotto: fare un po’ come gli pare, secondo il devastante schema di questa legislatura, in cui a turno si sono alleati tutti con tutti e sono stati avversari di tutti. Un inno al trasformismo della peggior specie che pesa come un macigno sulle prospettive del Paese.
di Fulvio Giuliani
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