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Pakhshan Azizi

Cappio iraniano: confermata la condanna a morte per l’attivista curda Pakhshan Azizi

Al ricatto iraniano abbiamo dovuto cedere con il caso Abedini e a guardare la foto di Pakhshan Azizi – operatrice umanitaria condannata a morte – si coglie l’entità del prezzo pagato

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Cappio iraniano: confermata la condanna a morte per l’attivista curda Pakhshan Azizi

Al ricatto iraniano abbiamo dovuto cedere con il caso Abedini e a guardare la foto di Pakhshan Azizi – operatrice umanitaria condannata a morte – si coglie l’entità del prezzo pagato

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Cappio iraniano: confermata la condanna a morte per l’attivista curda Pakhshan Azizi

Al ricatto iraniano abbiamo dovuto cedere con il caso Abedini e a guardare la foto di Pakhshan Azizi – operatrice umanitaria condannata a morte – si coglie l’entità del prezzo pagato

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Al ricatto iraniano abbiamo dovuto cedere con il caso Abedini e a guardare la foto di Pakhshan Azizi – operatrice umanitaria condannata a morte – si coglie l’entità del prezzo pagato

Dall’inizio dell’anno, in Iran sono state impiccate 44 persone. L’anno scorso ne hanno appese e ammazzate 901. Presto il cappio verrà messo al collo di Pakhshan Azizi, una donna di 40 anni, curda, arrestata a Teheran il 4 agosto 2023. Una operatrice umanitaria che si è trovata ad agire anche in Siria e che la teocrazia bestemmiatrice, dominatrice dell’Iran, accusa di insurrezione armata. Non ha ceduto alle torture e il processo che ha subìto è stata una farsa.

Azizi non è nata in Italia. Non era nata in Italia neanche Mahsa Amini, massacrata e uccisa per una ribelle ciocca di capelli. Non lo era nessuno degli impiccati. Ma saremmo noi a non essere ancora nati all’umanità se non sentissimo quelle corde sul nostro collo, a spezzarlo o a soffocare il respiro. Abbiamo appena messo in salvo una cittadina italiana da una detenzione ingiusta, da un sequestro di persona a scopo di ricatto. Dovevamo farlo, ma per mettere in salvo noi stessi non possiamo dimenticare, declassare, nascondere quel che accade in Iran. Un Paese in guerra contro la civiltà.

Al ricatto iraniano abbiamo dovuto cedere, ma è a guardare la foto di Azizi che si coglie l’entità del prezzo pagato. Un prezzo molto alto. Se Mohammad Abedini Najafabadi fosse effettivamente uno studioso (come afferma) e se stava accudendo i suoi legittimi affari, dall’Iran non sarebbe partita una reazione rabbiosa, affrontata anche prendendo in ostaggio una nostra cittadina. Il premio Nobel Shirin Ebadi, iraniana espatriata, non ha avuto dubbi nell’affermare che la giornalista italiana era stata presa «per essere scambiata con persone vicine al regime». È stato fatto. Avevamo tutti messo in conto di doverlo fare, per quanto sporco fosse. Ma è proprio la profonda sporcizia del cedimento che deve farci vedere le cose senza fraintendimenti.

Ha fatto molto bene il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a intervenire prima del giudizio della Corte d’appello. Come qui si era sperato e avvertito. Ha fatto bene non perché, come qualcuno ha scritto, vi fossero dei dubbi sulla decisione dei giudici ma, all’opposto, perché non v’era alcun dubbio che non si trattava di una decisione che spettasse loro. Se fossimo rimasti alla valutazione degli indizi, quei giudici non avrebbero dovuto tenere in nessun conto la vicenda Sala e quel che si era negoziato. Siccome invece se ne doveva tenere conto, ecco che spettava al governo farlo, approfittando del fatto che l’arresto era finalizzato a una richiesta di estradizione che a sua volta ha natura non soltanto giurisdizionale ma anche politica. Il che consente l’intervento del ministro (per intendersi: se si arresta un italiano per quale che sia l’ipotesi di reato, il ministro non può disporne la liberazione, semmai il Presidente della Repubblica può graziarlo dopo la condanna). Sappiamo di avere restituito all’Iran un soggetto cui tenevano molto, vuoi perché rilevante nella sua macchina che produce morte, vuoi perché considerato pericoloso il lasciarlo nelle mani statunitensi.

Questo, però, non è l’avvio di nuovi e positivi rapporti con l’Iran, ma l’opposto: la certezza di avere a che fare con un regime criminale. La capacità di penetrazione e le conoscenze che i nostri servizi hanno dimostrato non siano lo strumento di qualche nuovo affare, ma vengano utilizzate per indirizzare il processo di crollo di quel regime. Se una ragazza sputa in faccia a un lurido ceffo della polizia morale, noi dovremmo sputarci in faccia se – standocene al sicuro – provassimo a farci affari. Se giovani e meno giovani iraniani non fanno mistero del loro opporsi al regime, noi non possiamo in nulla aiutarlo a sopravvivere.

Verrà il tempo dei buoni e profittevoli rapporti, anche senza che si sia istaurato alcun sistema perfetto – che tanto non esistono – ma quando sarà crollato questo che è al fianco di Putin e arma la mano dei terroristi che assaltano Israele. Sono nostri nemici. Con i nemici si negozia, certamente, ma solo a condizione di non dimenticare che sono dei nemici.

di Davide Giacalone

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