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Atreju

Parlarsi non fa mai male

Atreju, la festa del partito di maggioranza di Fratelli d’Italia è l’occasione per valutare la maturità della politica italiana e dello stesso corpo elettorale
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Parlarsi non fa mai male

Atreju, la festa del partito di maggioranza di Fratelli d’Italia è l’occasione per valutare la maturità della politica italiana e dello stesso corpo elettorale
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Parlarsi non fa mai male

Atreju, la festa del partito di maggioranza di Fratelli d’Italia è l’occasione per valutare la maturità della politica italiana e dello stesso corpo elettorale
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Atreju, la festa del partito di maggioranza di Fratelli d’Italia è l’occasione per valutare la maturità della politica italiana e dello stesso corpo elettorale

Questo fine settimana sarà interamente occupato, mediaticamente parlando, dalla festa del partito di maggioranza relativa Fratelli d’Italia. Soprattutto, partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Così, Atreju – kermesse del partito da quando era solo un piccolo protagonista del panorama politico – si trova con tutti i riflettori puntati addosso e un’attenzione spasmodica per ogni parola pronunciata sul palco. Nulla che non si sia già visto ai tempi del Berlusconi trionfante o della Leopolda dell’astro nascente e crescente Matteo Renzi. L’elemento fondamentale di una qualsiasi festa di partito – ne abbiamo già scritto sulla La Ragione – dovrebbe essere la voglia e la capacità di confrontarsi. Qui non si tratta di cedere all’ultima polemica sulla decisione della leader del Partito democratico Elly Schlein di non accettare l’invito di Fratelli d’Italia, si tratta di valutare più in generale la maturità della politica italiana e dello stesso corpo elettorale.

Perché sottrarsi al confronto è legittimo, ma mai troppo intelligente. Trasformare un dibattito, comunque ospitato da una parte politica, in un’occasione per criticare pesantemente la stessa Schlein, a sua volta è un errore da matita blu. In particolar modo se sei un giornalista della televisione di Stato, come accaduto ieri. Cedere al giochino perenne degli schieramenti e degli allarmi roboanti, invece di dare una mano a far crescere un dibattito degno di questo nome, non sarà mai un’impresa da ricordare. Dire non vado da fratelli D’Italia “perché non mi piacciono i fascisti” – dispiace per il grande Francesco Guccini – è molto facile e anche di discreto effetto, ma lascia le cose esattamente come stavano prima.

Se ci fosse il rischio di un risorgente totalitarismo (per quanto mi riguarda una sciocchezza, buona per armare un’arma propagandistica scarica), tutti coloro che avvertono questo rischio dovrebbero correre a denunciarlo e urlarlo in faccia proprio lì dove si dovessero annidare i maggiori pericoli. Anche senza visioni apocalittiche, se non ci si confronta, se non si offre un’antitesi alla tesi avversa quando mai potremo arrivare a una sintesi? Quando sfuggiremo al solito balletto? Ieri urlava la Meloni dall’opposizione, oggi urlano la Schlein e Conte. Ieri la Meloni denunciava il regime tecnocratico, oggi la Schlein denuncia il ritorno del fascio. L’unica cosa che dovremmo temere sul serio – oggi – è lo sfascismo, quella terribile sensazione che molti puntino al tanto peggio tanto meglio. Accade sia all’opposizione che nella maggioranza, così certa di non poter cadere da vivere una sorta di “liberi tutti”. Un po’ per banale calcolo elettorale, un po’ perché non sanno cosa dire, un po’ perché qualsiasi altra strategia comporta fatiche e idee.

Il sole sorgerà anche lunedì, una volta finita Atreju e passate tutte le star e starlette del caso. Una cosa è certa, oltre questa: non resterà traccia di chi avrà scelto di non parlare.

 

Di Fulvio Giuliani

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