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PreCauzione, referendum capovolto. I fatti di Crans-Montana (e non solo)

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Le dissennate parole dei governanti italiani sui fatti svizzeri di Crans-Montana sembrano indirizzate a demolire le ragioni culturali che reggono la riforma costituzionale e la separazione delle carriere che essi stessi hanno votato

PreCauzione, referendum capovolto. I fatti di Crans-Montana (e non solo)

Le dissennate parole dei governanti italiani sui fatti svizzeri di Crans-Montana sembrano indirizzate a demolire le ragioni culturali che reggono la riforma costituzionale e la separazione delle carriere che essi stessi hanno votato

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PreCauzione, referendum capovolto. I fatti di Crans-Montana (e non solo)

Le dissennate parole dei governanti italiani sui fatti svizzeri di Crans-Montana sembrano indirizzate a demolire le ragioni culturali che reggono la riforma costituzionale e la separazione delle carriere che essi stessi hanno votato

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Le dissennate parole dei governanti italiani sui fatti svizzeri di Crans-Montana sembrano indirizzate a demolire le ragioni culturali che reggono la riforma costituzionale e la separazione delle carriere che essi stessi hanno votato. Non stupisce più di tanto, visto che quella è una riforma figlia della cultura giuridica della sinistra democratica. Ma è un danno che siano gli stessi protagonisti a dimostrare di non comprenderla. Se la motivazione di quelle parole scellerate fosse la voglia di assecondare la rabbia popolare per una scarcerazione sarebbe anche peggio, perché quelli sono i sentimenti di chi oggi cavalca il giustizialismo contro la riforma e invita a votare No.

L’oltraggio sarebbe consistito nella scarcerazione, con versamento di cauzione, dei gestori di un locale dove sono arse vive le persone. Posto che i due sono ancora sottoposti a misure cautelari (ritiro dei documenti, obbligo di firma, divieto di espatrio), la prima precauzione da adottare è tenere a mente che sarebbero stati scarcerati anche in Italia. Senza cauzione e per decorrenza dei termini.

Ma ancor prima di questo è la grandiosa bestemmia a colpire. Si lascia intendere che la custodia cautelare sia la meritata pena, laddove si giustifica soltanto ai fini dell’indagine. La pena viene dopo e non prima o al posto del processo. I fautori della riforma e sostenitori del Sì che non lo capiscono e assecondano l’opposto cancellano la ragione per cui è necessario che il giudice sia terzo e non collega di chi accusa, proprio perché si chiama “giustizia” quel che stabilisce il giudice, non quel che fa o racconta l’accusa.

La cauzione è presente in molti ordinamenti e non si paga al posto della pena, ma al posto della custodia prima del processo. La cauzione non è un privilegio dei ricchi, perché il giudice la fissa in ragione della condizione dell’indagato o imputato: dev’essere abbastanza alta da non potere essere persa a cuor leggero, ma non deve essere troppo alta da non potere essere pagata. E la cauzione accompagna il pericolo di fuga e se non scappi i soldi tornano indietro. La cauzione per assicurare la buona condotta dello scarcerato (non per la detenzione cautelare) è prevista anche dal nostro Codice penale, che comprende pure la fideiussione, ovvero la garanzia di terzi estranei.

Richiamare l’ambasciatore non è soltanto del tutto inutile, ma oltraggioso. Primo, perché le rappresentanze diplomatiche sono presso i governi e non presso i tribunali o le Procure. Secondo, perché la competenza territoriale non è nemmeno del governo federale. Terzo, perché supporre di influire su un procedimento penale mediante un gesto indirizzato al vertice politico è la certificazione che non si è capito un accidente della separazione dei poteri. Se chi ha votato la riforma e ora sostiene il Sì voleva dare conferma dei peggiori sospetti di chi ora sostiene il No, c’è riuscito egregiamente.

Reclamare circa l’accuratezza o il contenuto delle indagini significa non avere mai letto il Codice di procedura penale italiano e ignorarne le tempistiche colà previste. Siamo a meno di un mese dai fatti, come si fa a sapere cosa l’inchiesta abbia accertato o anche cos’abbia voluto insabbiare? Forse sono abituati al malcostume italiano del procuratore che aggiorna il volgo con le conferenze stampa: ma questo è un vizio, non una virtù.

Il sindaco di Crans-Montana e i suoi colleghi di Giunta sono un’accolita di arroganti, priva di opportunità e sensibilità. Posso ben affermarlo perché mi pare evidente dalle loro parole, ma non è un reato. Quello, se c’è, lo accerta il procedimento penale.

Il procuratore, in Svizzera, è eletto. Quella che segue le indagini era avvocato fino a due anni fa ed è dello stesso partito del sindaco. Se la cosa dipinge sui volti il ghigno di chi crede che questo spieghi tutto, è soltanto perché – ancora una volta – si confondono la giustizia con l’inchiesta e la sentenza con l’accusa. Ammesso che la procuratrice voglia mandare tutti assolti (tenderei a escluderlo), sarà il giudice a farlo. Che grazie alla civiltà non è collega della procuratrice, il che dovrebbe essere ricordato dai fautori del Sì, che invece razzolano il contrario.

Si deve, quindi, solo attendere e rassegnarsi? Neanche per idea. Ci si deve preparare al processo per Crans-Montana, dove non compaiono soltanto l’accusa e la difesa ma anche le parti lese e i loro avvocati. Quella è la partita che riguarda la giustizia, non la pretesa che sia impalato il colpevole riconosciuto come tale dai tribunali del popolo indignato.

La giustizia è tale se è fredda. Ovvio che quanto successo desta emozioni profonde, dolori incancellabili, rabbia più che giustificata, ma tutto questo non deve entrare nell’Aula di giustizia. Lì contano i fatti e le prove.

Continuo a sostenere le ragioni del Sì, pur nella sconsolata constatazione che non sono divenute patrimonio culturale di chi ha votato la riforma. Carlo Nordio ha pubblicato il quinto dei suoi libri sulla giustizia, ma i suoi colleghi non hanno letto gli altri quattro. O non li hanno capiti. Potrebbe prendere una precauzione: tenga un seminario semplificato a beneficio di chi si trova attorno.

P.S. Poi arriva Rocco Maruotti, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, e via social sostiene che con il sistema accusatorio Usa, cui assimila la nostra riforma costituzionale, l’omicidio di Alex Pretti resterà impunito. Cancellazione e scuse successive confermano il livello infimo del confronto e la rozzezza che la tonaca non copre. Anzi aggrava.

di Davide Giacalone

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