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Referendum sulla giustizia: tra insulti e minacce, smarrito il senso del confronto democratico

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La campagna sul referendum sulla giustizia degenera in scontri e minacce, lontani dal merito delle riforme. Ai cittadini servirebbero spiegazioni chiare

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Referendum sulla giustizia: tra insulti e minacce, smarrito il senso del confronto democratico

La campagna sul referendum sulla giustizia degenera in scontri e minacce, lontani dal merito delle riforme. Ai cittadini servirebbero spiegazioni chiare

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Referendum sulla giustizia: tra insulti e minacce, smarrito il senso del confronto democratico

La campagna sul referendum sulla giustizia degenera in scontri e minacce, lontani dal merito delle riforme. Ai cittadini servirebbero spiegazioni chiare

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AUTORE: Carlo Fusi

A dieci giorni dall’apertura delle urne per il referendum costituzionale sulla giustizia, il quadro risulta al tempo stesso sconsolante e aberrante. Abbiamo scritto per tempo su queste colonne di un trascinamento verso l’ordalia che sarebbe stato bene (ancorché impossibile) evitare; e successivamente abbiamo rinnovato lo sconcerto, ribadendo che si assiste alla peggiore campagna elettorale referendaria dal 1946 in poi.  Come si usa dire, nel confronto-scontro tra Sì e No ogni giorno pensiamo di aver toccato il  fondo e ogni giorno si vedono tanti impegnati a scavare per scendere sempre più in basso.  Un sussulto o meglio uno spasmo di ragionevolezza indurrebbe a far osservare alla  dottoressa Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Nordio, che il  giorno dopo il voto – chiunque abbia vinto – le prerogative e i doveri dei magistrati  resteranno gli stessi, senza alcuna modifica. E lo stesso verrebbe voglia di sostenere  dinanzi al procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, che in un colloquio con “Il Foglio”  incredibilmente sbotta avvertendo: «Dopo il voto con voi faremo i conti, tireremo una rete».  Beh anche no, grazie. Detto a entrambi i corifei di visioni primitive o, peggio, tribali del  confronto democratico. A voler usare il fioretto dell’ironia, si sarebbe portati a ritenere che i maggiori esponenti delle due impostazioni fanno a gara a produrre argomenti per far vincere lo schieramento avverso. Mentre i pochi che si ostinano a coltivare argomentazioni di contenuto a favore del via libera o della bocciatura della riforma vengono irrisi (ma meglio sarebbe dire spernacchiati) come illusi che si ostinano a maneggiare traveggole.

Ma l’ironia va bene fra persone avvedute, altrimenti scade nella macchietta. E qui ormai siamo ben oltre qualunque licenza dialettica: stiamo sguazzando nel buco nero della mancata compostezza, nel gorgo della ricerca del colpo più basso possibile per annichilire l’avversario, nel vortice delle minacce che nascondono sussulti di impossibili e fuorvianti. Ebbene, anche a costo di essere arruolati nello sparuto gruppo di chi crede ancora che sia giusto e obbligatorio discutere senza maneggiare randelli più o meno metaforici, è il caso  di insistere sul fatto che il voto referendario è un percorso costituzionale previsto dall’articolo 138: non è un voto contro qualcuno bensì per confermare o bocciare una decisione delle Camere. Non adombra ritorsioni, rappresaglie o faide: chi coltiva simili farneticazioni si pone fuori dalla Costituzione che dice di voler rafforzare o salvaguardare a seconda della trincea scelta; soprattutto rende un pessimo servizio agli elettori, che  possono sentirsi solo disgustati da un tale scadimento di toni e da una siffatta, ossessiva  di demonizzazione dell’altro. Vale per chi maneggia il “servizio giustizia” e dovrebbe offrire un’immagine pacata, equilibrata ed equa del proprio modo di operare: sarebbe opportuno sciorinare buoni esempi e non sgomitare scompostamente nelle file dei cattivi maestri.

E vale come e forse addirittura di più per la Politica, che ci ostiniamo a scrivere con la maiuscola. Si vota sulla separazione delle carriere tra pm e giudici, sul sorteggio nel Csm e sull’istituzione di un’Alta corte di giustizia. Temi ostici, forse troppo tecnici, che proprio per questo andrebbero spiegati con dovizia di argomenti e modi pacati sia da chi è favorevole sia da chi è contrario. Non si vota per abbattere il governo in carica né per indicarne uno alternativo. Per quello  ci sono le elezioni politiche, che arriveranno tra meno di un anno e mezzo o forse  addirittura prima. La posta in palio non è la poltrona di Palazzo Chigi o un qualche incarico ministeriale di maggiore o minore prestigio. E neppure la conferma o la rivincita di chi prevalse quattro anni fa. L’oggetto del contendere è se sia possibile modificare alcune norme costituzionali ritenute a torto o a ragione non più adeguate e immaginare di poterlo fare senza precipitare nella giungla primordiale, indipendentemente da chi vincerà la battaglia. In caso contrario il risultato saranno macerie che poi nessuno riuscirà a sgombrare.  Sembrano affettazioni retoriche e invece sono le fondamenta della democrazia. A dieci giorni dal voto un solo coro gli italiani vorrebbero intonare: per favore basta, fatela finita, aiutateci a capire invece di continuare lo spettacolo dello sbranamento reciproco. 

Di Carlo Fusi

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