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Riforma costituzionale

Riforma costituzionale: Costituzione e centrodestra

Riforma costituzionale: la Costituzione, il centrodestra e le sfide. Avanza la convinzione che pure l’attuale non sarà il governo delle riforme. Un grande problema per il Paese
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Riforma costituzionale: Costituzione e centrodestra

Riforma costituzionale: la Costituzione, il centrodestra e le sfide. Avanza la convinzione che pure l’attuale non sarà il governo delle riforme. Un grande problema per il Paese
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Riforma costituzionale: la Costituzione, il centrodestra e le sfide. Avanza la convinzione che pure l’attuale non sarà il governo delle riforme. Un grande problema per il Paese
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Riforma costituzionale: la Costituzione, il centrodestra e le sfide. Avanza la convinzione che pure l’attuale non sarà il governo delle riforme. Un grande problema per il Paese
In attesa delle annunciate revisioni costituzionali (tranquilli, ci arriviamo fra un attimo), risulterebbe opportuno concentrarsi sulle regole costituzionali vigenti. Ad esempio quella che all’articolo 67 stabilisce che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Significa che una volta scelto dai cittadini (anche se col Rosatellum è per modo di dire) il parlamentare eletto non risponde a nient’altro che alla sua coscienza, libero da legami e obblighi anche riguardo la forza politica di appartenenza. A quanto pare, la maggioranza ha raggiunto un’intesa – sostenuta con forza dalla presidente del Consiglio e dai ministri tutti – in base alla quale non verrà presentato da nessuno dei loro parlamentari alcun emendamento alla legge di bilancio, approvata dunque così come vergata da Palazzo Chigi. È evidente che ogni deputato o senatore del centrodestra può liberamente convincersi che tale atteggiamento sia il migliore. È altrettanto evidente tuttavia che così agendo rinuncia al suo ruolo istituzionale, rinnega le sue prerogative, cancella le ragioni per cui sta dove sta. Altro che riforme costituzionali: così si procede a uno stravolgimento delle regole e allo svuotamento delle funzioni del Parlamento. Se a un esercito di ‘anime belle’ sembra poco, amen. A chi la Costituzione la riconosce e onora appare un’alterazione degli equilibri democratici. Bene. Anzi male. Di più: malissimo. E veniamo alle novità che l’esecutivo si appresta a varare nel prossimo Consiglio dei ministri. Si parla di elezione diretta del capo del governo e di un non meglio specificato sistema elettorale che assegni il 55% dei seggi al partito o alla coalizione vincente. Più volte – e autorevolmente – su queste colonne è stato spiegato che un simile meccanismo non esiste in nessun’altra parte del mondo e che mutuare ilSindaco d’Italia”, trasferendolo dal piano locale a quello nazionale, è operazione spericolata e densa di incognite. Tuttavia c’è una considerazione preliminare da fare, di tipo diciamo così procedurale, prima di avventurarsi nel merito della nebulosità delle proposte. Com’è noto, tre sono stati i pilastri della vincente campagna elettorale del centrodestra: la riforma della giustizia, quella del fisco e le modifiche costituzionali. La prima si è persa nelle nebbie e nelle buone intenzioni rimaste lettera morta del Guardasigilli Carlo Nordio, che sulla sua pelle ha potuto verificare come scrivere editoriali sui quotidiani e varare leggi siano due mestieri molto diversi e poco assimilabili. Ora di Nordio si parla come di un possibile giudice costituzionale: un modo elegante per sbarazzarsi di una presenza divenuta impalpabile e di un equivoco – un ministro ‘garantista’ per riforme di pari conio – via via più straniante. La riforma del fisco (tema da sempre nelle corde del centrodestra) sta annegando nella miriade di micro tasse varate per far quadrare i conti e tenere a freno le richieste dei singoli partiti. Come quella della giustizia, procede spedita sui binari del miraggio. Risultato: se due pilastri cedono è facile prevedere che anche il terzo faticherà a resistere. Per cui più che un salto nel buio, come si sono affrettati a definirla dalle parti dell’opposizione (con l’eccezione di Matteo Renzi), più giusto risulta definire – e sempre al di là del discutibilissimo merito – la riforma costituzionale un salto nell’iperuranio, una fuga in avanti che, visti anche i complicati meccanismi di modifica previsti dall’articolo 138, rimanda a tempi futuri e fortemente aleatori. Avanza perciò la deprimente convinzione che pure l’attuale, come tanti altri che l’hanno preceduto, non sarà il governo delle riforme. E questo sì che è un problema per il Paese.   di Carlo Fusi

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