Ogni giorno è più difficile ragionare dei ristretti spazi rimasti alla diplomazia, su chi possa realmente assumersi l’onere di mediare con il dittatore di Mosca, mentre sul terreno la stretta sull’Ucraina si fa più feroce e l’attacco di Putin sempre più spietato e indifferente. Mentre assistiamo a quest’orrido balletto dei russi, che alla sera annunciano i corridoi umanitari e al mattino li bombardano.
Può apparire persino cinico, quando si muore (e come si muore, cercando di mettere in salvo donne, bambini e anziani), parlare di nuove sanzioni, equilibrismi fra i Paesi. Eppure, la via è questa, l’unica a disposizione: strangolare economicamente il dittatore, per togliergli i mezzi finanziari necessari a sostenere il suo orribile disegno bellico e strategico e al contempo spingere a emergere chi avrà la volontà politica e la forza. Trovare, insomma, un punto di riferimento per dei negoziati veri.
Sono dieci giorni che ci riferiamo alla Cina – scriviamo diffusamente oggi di tutti i rischi compresi – ma non siamo ancora arrivati al punto di svolta e tutti gli altri tentativi di mediazione appaiono troppo schierati o troppo deboli per approdare a qualcosa.
Torniamo, però, al punto delle sanzioni, con tutto il loro carico di confronti solo all’apparenza lunari, mentre l’Ucraina muore. Ieri, la Germania ha opposto ufficialmente il suo No a bloccare subito l’importazione di gas dalla Russia, frutto di una dipendenza che conosciamo benissimo in casa nostra.
Al cancelliere Scholz serve tempo e la pressione rischia di toglierlo. È tutto qui. Non si tratta di cercare spaccature, se gli USA fanno pressione su Germania, Francia e Gran Bretagna. Piuttosto, non lo scriviamo per sciovinismo, era il caso di seguire con più attenzione la missione del nostro presidente del Consiglio a Bruxelles. Mario Draghi, uno che non parla tanto per, ha studiato con la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen l’unica soluzione che realmente potrebbe permettere all’Europa di cominciare a chiudere i rubinetti del dittatore: varare sistemi di acquisto di energia e di distribuzione centralizzata – fissando al contempo un tetto ai prezzi – in grado di consentire ai Paesi più esposti (Italia e Germania, in primis) di prepararsi a ciò che lo stesso Draghi ha già fatto balenare come un approdo inevitabile: il distacco totale dalla Russia.
Ripetiamo: il problema è il tempo.
Gli Usa vorrebbero martellare subito e c’è da capirli, l’Europa semplicemente non può farlo da oggi al domani, senza rischiare di spegnersi. È un equilibrio terribile, per certi aspetti atroce, pensando a chi muore sul terreno. Draghi ha indicato la strada, l’unica credibile in questo momento. Converrebbe seguirla.
di Fulvio Giuliani
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