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Troppe promesse, poca credibilità

Chi dei leader che si candidano a governare l’Italia detiene maggiori doti di credibilità e affidabilità?

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Tra lo scetticismo e un pizzico di sarcasmo, il “Financial Times” spiega che il piano energetico annunciato dalla neo premier britannica Liz Truss costerebbe ai sudditi di Elisabetta la bellezza di 100 miliardi di sterline. Non male. Verrebbe da dire che gli inglesi sono noi e noi siamo gli inglesi: quando si tratta di promettere, la Manica sparisce e i politici si assomigliano tutti. Appare necessario domandarsi come sia successo che le sparate abbiano preso il posto delle indicazioni suffragate dai fatti e il falò delle vanità pre e post elettorali dei vari leader quello del fact checking ragionato. Molto contribuisce la demagogia che si muove come un virus inarrestabile a Est e Ovest; un altro po’ aiuta il bassissimo costo del denaro per cui indebitarsi, accollarsi mutui e promettere elargizioni (vedi Matteo Salvini col suo scostamento di bilancio) è molto più semplice che confrontarsi con la realtà, spesso assai meno compiacente.

Tuttavia quest’ultima è destinata a prendere sempre il sopravvento ed è precisamente ciò che sta avvenendo a causa del devastante conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina. Il punto è che quando i fatti – che com’è noto hanno la testa dura – busseranno alla porta dei capi di governo e delle maggioranze che li sostengono, nell’intervenire per sanare la situazione vincerà chi avrà maggiori doti di credibilità e affidabilità. Ecco: chi dei leader che si candidano a governare l’Italia detiene quelle qualità? In molti hanno osservato che quella in corso è la peggiore campagna elettorale di sempre. Esagerazioni. I più anziani ricordano gli anni Cinquanta e gli scontri tra i ‘forchettoni’ Dc e i ‘cosacchi’ sovietici. Tra gli amici dei mafiosi e i mangiatori di bambini. Tuttavia è un fatto incontestabile che affidabilità e credibilità scarseggino e forse persino coloro che più convintamente votano Meloni, Letta, Calenda, Conte e così via in cuor loro pregano che chiuse le urne una Pentecoste laica si sparga sui loro prescelti: altrimenti saranno guai. Non aiuta la circostanza che noi uno davvero bravo ce l’avevamo e Mario Draghi di prestigio, autorevolezza e credibilità ne aveva a iosa. Che sia stato fatto saltare è brutale conferma della miserevole fase che viviamo.

Ma poi c’è anche un altro elemento, decisivo, da tenere a mente. Alla vigilia di un inverno che promette incubi per famiglie e imprese, qual è l’esito elettorale che il Paese deve augurarsi? La vittoria ampia e solida di uno degli schieramenti o una situazione più fluida, da pseudo pareggio, con un testa a testa che non consegni a nessuno lo scettro della governabilità? Visti i sondaggi, il secondo scenario appare irrealistico: con il Rosatellum e i 16-19 punti di distacco a favore del centrodestra, il verdetto appare segnato. Ma il nodo resta identico ed è un nodo che squaderna in pieno la crisi di sistema che l’Italia vive, nella quale tutti i settori sono in difficoltà e la politica dovrebbe essere il terreno dove si trovano le soluzioni (a un certo punto ci ha provato la magistratura e sappiamo com’è finita): salvo il particolare non trascurabile che la politica da almeno trent’anni dimostra di non farcela.

Allora delle due l’una, ferme restando le prerogative costituzionali del Quirinale che Sergio Mattarella userà con la consueta saggezza e il riconosciuto equilibrio. O gli schieramenti in gioco – che sono di pastafrolla ma non ce ne sono altri – spiegano che se vincono governano ma se falliscono sottoscrivono un impegno preventivo a tornare alle urne; oppure bisogna avere il coraggio e l’onestà intellettuale di dire agli italiani che in Parlamento il loro voto verrà usato dai partiti come meglio credono e che le coalizioni sono finzioni buone per i gonzi. Vediamo se qualcuno si fa avanti.

Di Carlo Fusi

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