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UE, la Difesa comune è solo sulla carta

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In Europa esistono programmi congiunti e condivisi sulla Difesa comune eppure continuiamo a vivere di programmi bilaterali. In primis Francia e Berlino che, insieme e sole, sono al lavoro su due vitali asset militari

UE, la Difesa comune è solo sulla carta

In Europa esistono programmi congiunti e condivisi sulla Difesa comune eppure continuiamo a vivere di programmi bilaterali. In primis Francia e Berlino che, insieme e sole, sono al lavoro su due vitali asset militari

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UE, la Difesa comune è solo sulla carta

In Europa esistono programmi congiunti e condivisi sulla Difesa comune eppure continuiamo a vivere di programmi bilaterali. In primis Francia e Berlino che, insieme e sole, sono al lavoro su due vitali asset militari

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Investire insieme. La Difesa comune europea per ora è questo. Ma se si deve spendere uniti bisogna ottimizzare i costi, evitando un’inutile moltiplicazione di linee produttive e logistiche. Ecco perché la nostra strategia continentale deve passare soprattutto da programmi congiunti e condivisi. Ma come spesso accade in questa Europa che si vuole unita – ma che unita non è ancora in capitoli delicatissimi – i personalismi e l’orgoglio delle singole Capitali rendono difficile unire le forze.

I programmi europei esistono eccome e funzionano anche bene. A cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, il progetto Eurofighter consentì per esempio a Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna di realizzare insieme un cacciabombardiere che è oggi la spina dorsale delle rispettive aeronautiche militari. Nella maggioranza dei casi, però, in Europa continuiamo a vivere di programmi bilaterali. Con ottimi risultati. Vale per le fregate Fremm, i cacciatorpediniere Orizzonte e le navi logistiche Lss, progettate e prodotte insieme da Italia e Francia. Oppure per i moderni sottomarini tedeschi tipo U-212, costruiti con una crescente acquisizione di know how da parte del nostro Paese. Ma i tempi cambiano, la necessità di maggiore integrazione richiede programmi più condivisi. Per questo fanno storcere il naso le mosse di Parigi e Berlino che, insieme e sole, sono al lavoro su due vitali asset militari: il prossimo carro armato e un cacciabombardiere di nuova generazione. Il tank franco-tedesco si chiama Mgcs (Main Ground Combat System) e sostituirà dal 2040 i più datati Leclerc e Leopard 2. Lo scorso 22 marzo i ministri della Difesa dei due Paesi hanno siglato l’accordo industriale preliminare. Si tratta di un veicolo di nuova concezione, che terrà conto di rischi e vantaggi del carro armato nell’era moderna. Sono molti gli Stati europei a cui il Mgcs interessa. Tra loro l’Italia, che deve sostituire i vecchi carri Ariete. Da tempo Roma chiede di entrare nel programma con facoltà progettuali, forte di un solido sistema industriale militare. Ma Berlino e Parigi continuano a dire che l’Italia potrà produrre il tank su licenza solo una volta ultimato il design. Non esattamente un atteggiamento da ‘Difesa comune’.

Lo stesso copione si ripete con il prossimo caccia di sesta generazione. In questo caso il progetto franco-tedesco Scaf (Système de Combat Aérien du Futur) ha un rivale. Memore della lezione Mgcs, Roma si è unita a Londra e Tokyo nel programma Gcap (Global Combat Air Progamme). Al momento l’asse intercontinentale è più avanti di quello franco-tedesco, bloccato a lungo da dissidi fra Dassault e Airbus. Siamo senza speranze? No e la dimostrazione arriva dal mare. Nel 2019 l’Unione europea ha lanciato il progetto Epc (European Patrol Corvette), destinato a produrre una nuova classe di pattugliatori. A oggi il programma – coordinato dall’Italia – coinvolge Francia, Grecia, Spagna, Danimarca, Norvegia, Romania, Portogallo e Croazia. Con nove Stati interessati, si tratta di un progetto comune veramente condiviso. Quello che serve se l’Europa vuole passare dalle parole ai fatti.

Di Umberto Cascone

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