Unità di governo cercasi
| Politica
Dal dopoguerra in Italia l’antiamericanismo prospera in molti versanti del sistema politico, sia a destra che a sinistra. La guerra tra Mosca e Kiev ha lubrificato vecchie ideologie che sembravano arrugginite.
Unità di governo cercasi
Dal dopoguerra in Italia l’antiamericanismo prospera in molti versanti del sistema politico, sia a destra che a sinistra. La guerra tra Mosca e Kiev ha lubrificato vecchie ideologie che sembravano arrugginite.
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Unità di governo cercasi
Dal dopoguerra in Italia l’antiamericanismo prospera in molti versanti del sistema politico, sia a destra che a sinistra. La guerra tra Mosca e Kiev ha lubrificato vecchie ideologie che sembravano arrugginite.
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Chissà se lunedì Mario Draghi si troverà, messo in bella vista nello Studio Ovale per l’incontro con Joe Biden, l’editoriale del premio Nobel Paul Krugman apparso sul “New York Times” del 28 aprile scorso. Quell’articolo è intitolato “Gli Usa di nuovo arsenale della democrazia” e Krugman spiega che l’attuale presidente per difendere la libertà sta facendo molto di più e meglio di Obama e perfino del Kennedy di «Ich bin ein Berliner». Forse meglio di no, perché se davvero Biden dovesse chiedere al presidente del Consiglio italiano se il giudizio della maggioranza che sostiene il governo sia in linea con le considerazioni di Krugman, Draghi non potrebbe far altro che scuotere il capo in segno di diniego.
Dal dopoguerra in poi – e senza mettere un velo su responsabilità Usa che si sono rivelate nefandezze (vedi Cermis) – dalle nostre parti l’antiamericanismo si nutre e prospera in molti versanti del sistema politico. A destra, perché le truppe a stelle e strisce hanno sconfitto i nazifascisti e certe memorie rimangono. A sinistra, dove ha messo radici il più grande partito comunista d’Occidente che – fatta salva la “doppiezza” togliattiana – per decenni ha spiegato che la strada giusta fosse “fare come in Russia” e ancora negli anni Ottanta chiudeva gli occhi sugli SS-20 e 21 sovietici di stanza a Berlino Est mentre marciava contro i Cruise americani di Comiso. Al centro, dove una nutrita cultura cattolica di stampo pacifista ha considerato gli americani guerrafondai dal Vietnam in poi.
La guerra tra Mosca e Kiev ha lubrificato cancelli ideologici che sembravano definitivamente arrugginiti, grazie anche alla propaganda russofila e a forme di collateralismo perfino finanziario ancora tutte da chiarire. Eppure mai come adesso, mentre c’è chi agogna metodologie e simboli che riportano alla Guerra fredda, scostarsi anche solo di un millimetro dalla trincea occidentale svellerebbe l’Italia dalla posizione che ha piantonato dal 1945, dando corpo e ragioni al De Gasperi quando a Parigi esclamava rivolto alle potenze alleate «Tutto è contro di me, tranne la vostra personale cortesia».
Com’è noto e come la Casa Bianca ha potuto appurare, Draghi è determinato a difendere fino in fondo quel posizionamento, deciso a rivestirsi del mantello della pace che tuttavia non può sopportare strappi di prepotenza e aggressione, e spingendo tutta la Ue a farsi sotto. Ma non potrà sottacere che forse per la prima volta in assoluto una coalizione di governo non ha una posizione univoca sulla politica estera e sulle armi che sul suolo europeo dopo 70 anni hanno ripreso a intonare la loro cantilena di morte. Si tratta di un vulnus profondo e inquietante, anche e soprattutto sapendo che il conflitto tra Russia e Ucraina durerà settimane e mesi, coinvolgendo l’economia, scavando solchi acuti nel corpo vivo della società. E la cosa peggiore è che quando Draghi tornerà a Roma non troverà condizioni tali da colmare quel vulnus: piuttosto il contrario.
E allora sarà necessario guardare in faccia la realtà. Per prendere atto che il doppio passaggio del Quirinale e della guerra ha cancellato l’afflato unitario che aveva portato alla formazione del governo e alla realizzazione delle larghe intese. Tra Draghi da un lato e Lega e M5S dall’altro, con il concorso altalenante di FI, si è prodotto un fossato di incomunicabilità.
di Carlo Fusi
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