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Vannacci, il polverone inutile e le orecchie pronte

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Il tentativo imbarazzante dell’esponente (forse) leghista di alzare il polverone più fitto possibile per far parlare di sé, attirare l’attenzione e ottenere il suo vero scopo politico: occupare lo spazio a destra di Meloni

Orecchie

Vannacci, il polverone inutile e le orecchie pronte

Il tentativo imbarazzante dell’esponente (forse) leghista di alzare il polverone più fitto possibile per far parlare di sé, attirare l’attenzione e ottenere il suo vero scopo politico: occupare lo spazio a destra di Meloni

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Vannacci, il polverone inutile e le orecchie pronte

Il tentativo imbarazzante dell’esponente (forse) leghista di alzare il polverone più fitto possibile per far parlare di sé, attirare l’attenzione e ottenere il suo vero scopo politico: occupare lo spazio a destra di Meloni

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Quando domenica sera i social hanno cominciato a vomitare reazioni alle provocazioni volute e cercate dal generalissimo Vannacci, la mia prima reazione è stata quella di ignorare.

Perché è troppo smaccato, scoperto e per tanti aspetti imbarazzante il tentativo dell’esponente (forse) leghista di alzare il polverone più fitto possibile per far parlare di sé, attirare l’attenzione e ottenere il suo vero scopo politico: occupare lo spazio che gioco forza si sta creando sempre più a destra della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quello stesso spazio, per inciso, a cui punta il suo teorico leader di partito Matteo Salvini.

I social impazziscono, perché lui si mette a straparlare di Mussolini e in particolare di leggi razziali.
Per occupare quell’area politica di cui sopra, è fondamentale ai suoi occhi tentare di riscrivere la Storia. Per quanto possibile e con notevole sprezzo del pericolo – che peraltro si addice alla retorica del personaggio – anche passando dagli argomenti più delicati e tutt’altro che controversi. A cominciare dalla data fatale del 1938 e dalla vergogna storica delle leggi razziali.

In questo caso, infatti, non c’è niente di controverso, non c’è proprio nulla che debba essere scoperto o riscritto. Perché se è vero che la storia la scrivono i vincitori e che ciò in Italia non ha impedito a schiere di nostalgici e revisionisti di tentare improbabili contropiede, ci sono delle realtà oggettive che bisogna stare molto attenti anche solo a sfiorare, pena una confusione terribile e pericolosa.

Quando Roberto Vannacci sostiene che le leggi razziali del 1938 furono controfirmate dal re Vittorio Emanuele III (attraverso regi decreti legge e regi decreti, ndr), da un lato fa un po’ di banale cronaca del tempo, dall’altro soprattutto tenta di rivestire di una validità giuridica un obbrobrio storico e morale, la cui “spartizione” fra le preponderanti responsabilità di Mussolini e quelle non meno gravi del re non sposta di un millimetro nella realtà storica una vergogna clamorosa e inemendabile.

È inutile perdere altro tempo su questo, molto più utile capire perché Vannacci dica e scriva certe cose: perché sa di trovare eserciti – è il caso di dire… – di orecchie sensibili a certi sconclusionati richiami. Le orecchie social, le orecchie del passaparola distratto e insopportabilmente leggero favorito dagli algoritmi. Le orecchie che in troppi casi trovano solo il vuoto fra loro a separarle.

Un vuoto che fa paura o almeno dovrebbe farla, se ancora conservassimo la capacità e la voglia di capire che tradendo la nostra storia, ignorandola con malcelata soddisfazione, distorcendola per qualche banale, insignificante obiettivo transitorio di terz’ordine, rischiamo di brutto.
Questo è spaventoso, non Vannacci. Questo rischia di restare, molto più di lui.

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