Balneari. Pantomima senza vergogna
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Napoli, la Corte dei Conti accende un faro sulla gestione degli stabilimenti balneari, che inquieta: ipotesi oneri versati al Demanio inferiori a quanto dovuto
Balneari. Pantomima senza vergogna
Napoli, la Corte dei Conti accende un faro sulla gestione degli stabilimenti balneari, che inquieta: ipotesi oneri versati al Demanio inferiori a quanto dovuto
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Balneari. Pantomima senza vergogna
Napoli, la Corte dei Conti accende un faro sulla gestione degli stabilimenti balneari, che inquieta: ipotesi oneri versati al Demanio inferiori a quanto dovuto
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AUTORE: Nicola Sellitti
Mille euro al mese allo Stato, il fatturato invece si avvicina al milione di euro annuo. Il faro che la Corte dei Conti ha acceso sulla gestione degli stabilimenti balneari sul litorale di Napoli inquieta: l’ipotesi su cui si lavora è di oneri versati al Demanio inferiori a quanto dovuto. Nei giorni scorsi la Guardia di finanza ha bussato alle porte dell’Autorità portuale, ovvero l’ente che detiene le concessioni balneari e incassa i canoni. Si analizza nel dettaglio le attività dei gestori dei lidi, dagli ombrelloni agli eventi.
Dunque, canoni irrisori – e questa è una certezza, senza attendere l’esito delle indagini della Corte dei Conti – e anche l’ipotesi che non siano saldati del tutto. Una novità? Lobby dei concessionari, business del mare, a scelta: il tema è stato più volte affrontato su La Ragione ed è davvero una vicenda che determina sconcerto. Si è scritto degli affitti irrisori sui litorali italiani, degli evasori fiscali. In Italia si parla ormai da molti anni di come i governi dovrebbero affrontare la grossa questione delle concessioni pubbliche agli stabilimenti: sono concessioni pubbliche e come tali dovrebbero essere assegnate con gare aperte e sulla base di criteri trasparenti, poiché le spiagge sono un bene che appartengono a tutti.
Invece le stesse concessioni sono prorogate periodicamente in modo quasi automatico agli stessi proprietari e non è servito a nulla lo scossone che ha provato a sortire la Commissione europea chiedendo la liberalizzazione del settore.
Sono passati ormai 16 anni dal primo monito, invece tre anni dalla procedura di infrazione per il mancato recepimento della direttiva Bolkestein sui beni pubblici e poco meno di due anni dalla sentenza del Consiglio di Stato che aveva imposto la cessazione delle concessioni entro il 31 dicembre 2023. Il limite è stato respinto di un anno dal governo Meloni, che a luglio ha imposto una mappatura degli stabilimenti (che in verità c’era già) e che si è sostanzialmente accodato agli esecutivi precedenti nell’esercizio del salto della staccionata (rappresentata dal tema concessioni), come accadeva in quel famoso spot di un famoso olio da cucina, una pubblicità degli anni ‘80 che rende al meglio l’idea.
Non è quindi una sorpresa quello che ipotizza la Corte dei Conti a Napoli, ma di sicuro indigna.
Di Nicola Sellitti
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