AUTORE: Marco Sallustro
Lo ha twittato lui stesso. Non poteva che finire così l’avventura del fondatore del social dei cinguettii. Il papà di Twitter, Jack Dorsey, si è dimesso con effetto immediato dalla carica di ad. Al suo posto, l’attuale chief technology officer Parag Agrawal. Nato in India – come il n. 1 di Microsoft Satya Nadella e tanti cervelli della gig economy – Agrawal è cittadino statunitense e si è formato una reputazione studiando come ridurre l’efficacia dei messaggi d’odio nelle piattaforme social.
Jack Dorsey, con i suoi cappelli di lana, la barba hipster e l’inconfondibile aria da miliardario vagamente distratto e certamente impegnato nel sociale, appartiene piuttosto alla schiera dei geniacci puri. Quelli che i colossi big tech li hanno creati dal nulla. Come Twitter, che ha rivoluzionato la comunicazione nel mondo, disintermediando il rapporto fra fonti giornalistiche e pubblico.
Le conseguenze sono a oggi incalcolabili e vanno ben oltre Donald Trump. Quanto all’addio di Dorsey, poca filosofia e molti freddi numeri dietro la spinta decisiva a dimissioni che parte del board di Twitter ha cercato di ottenere più volte.
Il fondatore va via perché gli azionisti vogliono monetizzare molto di più. L’obiettivo è raddoppiare i ricavi entro il 2023. L’impresa toccherà a Agrawal, personaggio lontanissimo dall’iconicità tipica della Silicon Valley. Quanto a Dorsey, ha provato a emulare Steve Jobs uscendo e rientrando nella sua creatura, ma senza riacquisirne mai il pieno controllo. Fino al tweet dell’addio.
di Marco Sallustro
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- Tag: social media, società
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