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Comunicare con le parole sbagliate

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Le parole “infestanti” crescono, occupando spazi sempre più ampi del nostro dialogo. Non è colpa di nessuno. La parola ama viaggiare anche in terza classe. E così il tessuto linguistico della nostra quotidianità rimane imbevuto di “esci il cane” e “scialla”

Comunicare con le parole sbagliate

Le parole “infestanti” crescono, occupando spazi sempre più ampi del nostro dialogo. Non è colpa di nessuno. La parola ama viaggiare anche in terza classe. E così il tessuto linguistico della nostra quotidianità rimane imbevuto di “esci il cane” e “scialla”
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Comunicare con le parole sbagliate

Le parole “infestanti” crescono, occupando spazi sempre più ampi del nostro dialogo. Non è colpa di nessuno. La parola ama viaggiare anche in terza classe. E così il tessuto linguistico della nostra quotidianità rimane imbevuto di “esci il cane” e “scialla”
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Circola un mucchio di parole tecnicamente sbagliate, parole “infestanti”, a volte povere o usurate ma formidabilmente vive in quanto usate, popolari, di patrimonio condiviso. Nascono per errore, per malinteso, alcune volte per pigrizia del locutore. Per una qualche ragione, germogliano e tessono significati inaspettati. Le parole, in fondo, sono come i diritti: vanno continuamente esercitate sennò dopo un po’ decadono. Il loro utilizzo è come l’usucapione, l’uso continuato nel tempo ne legittima l’appropriazione. La parola è azione, utilizzo. Va messa in gioco, rispolverata, inoculata. Quante stupende parole, come abiti regali, non vivono più. Il loro utilizzo sembra non intonato rispetto alla bruttezza del mondo e si preferisce non indossarle più per non dispiacere o apparire distanti. E le parole “infestanti” crescono, occupando spazi sempre più ampi del nostro dialogo. Non è colpa di nessuno. La parola ama viaggiare anche in terza classe. E così il tessuto linguistico della nostra quotidianità rimane imbevuto di “esci il cane” e “scialla”, di neologismi orrendi come “apericena”, “swhitcare”, “inciucio”, “scendere in campo”, di caldo torrido inteso come afoso mentre torrido significa (anzi, un tempo significava) secco e ardente (maledetti tg estivi!) e soprattutto del dilagare del verbo transitivo “attenzionare”, di oscura origine questurina. La parola è una stalattite: si forma e deforma, prende direzioni diverse anche morfologicamente parlando. Come la parola “lastrico”, che per essere scritta correttamente dovrebbe avere l’apostrofo dopo la elle (l’astrico, appunto). Mi piace immaginare un vecchio scrivano distratto che l’appunta così e da lì germoglia una parola con una forma nuova. Per non parlare dell’utilizzo della locuzione “piuttosto che” che, lo sappiamo, ha generato due eserciti di significato, guerre fratricide pari a Montecchi contro Capuleti, granata contro bianconeri, no-vax contro resto del mondo. L’energia della parola scaturisce dal suo uso, dalla sua continua esegesi e contaminazione, a sua volta amplificato dalla sua deformazione, distorsione che ne consente l’utilizzo in tutte le intercapedini sociali. Con la parola tutto si crea, nulla si distrugge e sempre si trasforma. Anche se, certo, sarebbero auspicabili trasformazioni migliori. E i pidgin, le contaminazioni linguistiche scaturite da incontri tra culture diverse soprattutto in ambito commerciale, saranno la cartina di tornasole del nostro modo di utilizzare in futuro il linguaggio. È sicuro che domani parleremo di “zucchini” e certo cibo sarà “piganto” e se ancora si discute se “ha piovuto” o se “è piovuto” io parteggio per il vicino di casa bengalese che mi assicura che ieri “ha pioggiato” (mi piace tanto “pioggiato”). L’Accademia della Crusca ha legittimato l’orribile parola “petaloso”, istituzionalizzazione inutile (vivaddio), parola al momento senza futuro perché rigida, asettica, atterrata su un terreno ancora sterile. Potrebbe essere un mondo con più calore se circolasse qualche parola migliore. Un accrescimento di energia, di qualità, di lubrificazione dei pensieri, di creatività. Le parole migliori ci stanno aspettando e tocca a noi metterle in moto come un comunissimo contagio, adagiarle in bocca e versarle al primo essere umano che ci passa accanto. Di McGraffio

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