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Femminicidi: la radice del problema è culturale

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Ben vengano l’inasprimento delle pene per i Femminicidi, ma senza perdere di vista l’origine del problema. Che è dannatamente culturale

Femminicidi: la radice del problema è culturale

Ben vengano l’inasprimento delle pene per i Femminicidi, ma senza perdere di vista l’origine del problema. Che è dannatamente culturale
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Femminicidi: la radice del problema è culturale

Ben vengano l’inasprimento delle pene per i Femminicidi, ma senza perdere di vista l’origine del problema. Che è dannatamente culturale
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In più di un’occasione mi è capitato di incrociare lo sguardo di un assassino. Ammetto che dopo un po’ ci si fa l’abitudine ma gli occhi di Roberto G. non riesco proprio a dimenticarli. Sarà che eravamo quasi coetanei: io 22 anni, lui 17; sarà che, mentre piangeva disperato, continuava a fissarmi quasi a cercare in me un moto di pietà. Da un paio d’ore aveva ucciso l’ex fidanzatina sedicenne e per questo era stato portato al commissariato di Sesto San Giovanni (MI), dove io – stagista per una tv locale – ero riuscita a intrufolarmi grazie all’ingenuità di un poliziotto.

Era una fredda giornata di febbraio del 2001 e quel ragazzo, durante la ricreazione, aveva reciso con un fendente la carotide di Monica T. nel cortile del Liceo “Erasmo da Rotterdam”, proprio a sinistra dell’ingresso, dove campeggiava un’enorme chiazza di sangue. All’epoca non era ancora stato coniato il termine “femminicidio” ma la notizia fece comunque scalpore perché era stato violato un luogo sacro come la scuola. Oggi Roberto G. si sarà fatto una sua vita. Monica T. questa seconda occasione non l’ha avuta e da 21 anni ‘riposa’ dentro una bara.

Due decenni dopo la situazione non è cambiata. La storia della ragazzina di Napoli, che a soli 12 anni rimarrà sfregiata a vita perché il fidanzatino di 16 non accettava la fine della loro relazione, mi ha fatto tornare in mente lo sguardo di chi – sempre troppo tardi – capisce di aver compiuto l’irreparabile in nome di un amore cieco, che vede nella donna una proprietà. Non c’entrano l’età, l’epoca, il livello culturale, il Nord e il Sud. Questo è un ‘virus’ trasversale. Eppure l’antidoto sarebbe tanto semplice: basterebbe insegnare ai propri figli il rispetto, spiegare loro che non sempre si ha ciò che si vuole. E invece i genitori sembrano più smarriti dei figli. Qualcuno gli dica che non è normale che una bambina di 12 anni sia già fidanzata con uno di 16 e che gironzoli per le vie di Napoli a tarda notte.

Chi ha il dovere di tutelare queste bambine e ragazze se non lo Stato? Ben vengano il Codice Rosso, i vari braccialetti elettronici, l’inasprimento delle pene ma questi sono solo palliativi se non si va alla radice del problema. Che è solo dannatamente culturale. Per sradicare convinzioni dure a morire, serve entrare con maggior efficacia nelle scuole e nelle case, attraverso campagne di sensibilizzazione che diano il buon esempio a chi, questo esempio, non ce l’ha.

In un mare di «No!» mai detti, di contro c’è una grossa fetta di genitori che di «No!» ne dice fin troppi, anche quando a un certo punto dovrebbe dire «Sì». «Non ci fidiamo, con quel che si sente in giro» si difendono, senza rendersi conto di condannare i propri figli a un futuro da bamboccioni. Basti pensare che, a settembre, molti dei quindicenni che inizieranno le superiori non avranno mai preso la metropolitana da soli. E no, non è normale neanche questo.

di Ilaria Cuzzolin

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