Filippo Ferlazzo. Un “matto” in libertà
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Il signor Ferlazzo aveva solo bisogno, in quell’istante, di una miccia per esplodere e l’ha trovata nel povero Alika. Ora molti si chiedono perché fosse in libertà, con la sua ignara (e poveretta ignorante) fidanzata
Filippo Ferlazzo. Un “matto” in libertà
Il signor Ferlazzo aveva solo bisogno, in quell’istante, di una miccia per esplodere e l’ha trovata nel povero Alika. Ora molti si chiedono perché fosse in libertà, con la sua ignara (e poveretta ignorante) fidanzata
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Filippo Ferlazzo. Un “matto” in libertà
Il signor Ferlazzo aveva solo bisogno, in quell’istante, di una miccia per esplodere e l’ha trovata nel povero Alika. Ora molti si chiedono perché fosse in libertà, con la sua ignara (e poveretta ignorante) fidanzata
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AUTORE: Andrea Pamparana
Premessa: nel 1974, giovane studente in medicina e stagista presso la clinica di Neuropsichiatria infantile di Milano diretta dalla professoressa Adriana Guareschi Cazzullo, mi recai a Gorizia, regno incontrastato del professor Franco Basaglia, e partecipai attivamente alla fondazione di “Psichiatria Democratica”. Due errori, nella mia vita, cui poi credo di aver posto rimedio.
Ora, se io dicessi che il signor Filippo Ferlazzo – l’uomo che a Civitanova Marche ha assassinato a mani nude per strada, in diretta tv dei presenti all’evento, il signor Alika, nigeriano immigrato in Italia – è un “matto” e che in quanto tale non poteva e non doveva circolare liberamente per le strade, verrei accusato di essere non solo politicamente scorretto (nel definire l’assassino “matto”) ma anche retrogrado nell’ipotizzare che l’uomo dovesse essere rinchiuso in un’apposita struttura.
La cosiddetta legge Basaglia aveva, eccome, una sua ragion d’essere. In Italia ma non solo, la psichiatria era ancora al Medio Evo, la psicoterapia per pochi e ricchi pazienti, la farmacologia agli esordi con ancora pochi studi specifici, i manicomi erano veri lager. Ma con la legge Basaglia e la conseguente chiusura ed eliminazione di quel tipo di ospedali, abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da anni, questa volta come giornalista, ricevo disperate denunce da parte di genitori, madri soprattutto, che si tengono in casa un figlio o una figlia affetta da schizofrenia o disturbi bipolari e che non sanno che fare di fronte agli episodi di violenza dei loro figli, spesso non sapendo a chi rivolgersi, desolatamente lasciati soli.
Il giudice delle indagini preliminari ha affermato che il signor Ferlazzo deve restare in carcere perché «è violento e pericoloso, può uccidere ancora». Certo, ma questo lo si sapeva da molto tempo e l’uomo, affetto da un grave e conclamato disturbo bipolare, era stato ‘affidato’ alla madre, che abitava a 400 chilometri dal figlio. Come spiega il famoso neuroscienziato Eric. R. Kandel ne “La mente alterata”, il disturbo bipolare è «caratterizzato da cambiamenti estremi di umore, pensiero, vitalità e comportamento, che generalmente si alternano tra la depressione e la mania». Il signor Ferlazzo aveva solo bisogno, in quell’istante, di una miccia per esplodere e l’ha trovata nel povero Alika. Ora molti si chiedono perché fosse in libertà, con la sua ignara (e poveretta ignorante) fidanzata. La risposta è semplice: perché per queste persone non c’è un posto specifico dove andare e cercare una cura. Sono lasciate al loro destino, insieme alle loro famiglie. Non era questo che volevano Basaglia e quei giovani che seguendolo dichiararono che «la malattia mentale non esiste», male interpretando i profeti come David Cooper che sostenevano la cosiddetta antipsichiatria, ammantata dal furore ideologico del tempo dove tutto era letto in chiave antisistema.
Di Andrea Pamparana
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