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Fu anche una guerra civile

La differenza con la Resistenza degli ucraini? Da noi fu soprattutto una guerra civile tra fratelli, vecchi amici, compagni di giochi all’oratorio.

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Milano, 25 aprile 1945. La città è un cumulo di macerie intorno agli snodi ferroviari, nelle strade dove si concentravano le industrie metalmeccaniche, il Tecnomasio, la Zucchi, la Pirelli, la Stazione Centrale, Porta Garibaldi e le Varesine. Molte delle vecchie case di ringhiera – costruite ai primi del Novecento per coloro che erano immigrati dalle campagne per trasformarsi da contadini in operai e ferrovieri (edifici a quattro piani, tre famiglie per ogni ballatoio, la corte, i solai, il cesso con la turca in comune) – erano state colpite dalle bombe degli Alleati, soprattutto nel 1943, poco prima della firma dell’Armistizio, l’8 settembre.

A Nord, oltre la “linea Gotica”, i tedeschi si ritiravano e Mussolini e parte dei suoi gerarchi avevano dato fondo alla loro ferocia costituendo la Repubblica sociale e la legione autonoma mobile “Ettore Muti”: corpo militare e poliziesco della Rsi, composto soprattutto da fascisti milanesi, attivo a Milano e in parte in Lombardia e nel cuneese tra il 18 marzo 1944 e il 27 aprile 1945, protagonista di rastrellamenti e fucilazioni che saranno oggetto di un processo nel 1947. Il reparto era stato intitolato a Ettore Muti, pluridecorato della Prima guerra mondiale, della guerra civile spagnola e della Seconda guerra mondiale, morto nel 1943. 2.300 uomini circa, il cui motto era “Siam fatti così”.

Quel 25 aprile era un mercoledì. Le truppe anglo-americane si erano fermate alle porte di Torino, Genova e Milano per consentire alle formazioni partigiane di entrare per prime nelle città liberate e ridare una dignità politica e storica a una nazione che era stata per venti anni dalla parte sbagliata.

Torniamo a Milano. Tra le macerie delle case del quartiere Isola, dove ora sorgono grattacieli, lungo il terrapieno della ferrovia e il perimetro della fabbrica Tecnomasio si scorgevano le margherite dell’incipiente primavera. C’era un po’ di sole, faceva ancora freddo. Ma era soprattutto il freddo di chi sapeva che l’incubo era finito ma non si sentiva ancora riscaldato dalle ritrovate libertà e pace. Donne, uomini, ragazze e ragazzi, alcuni scampati ai rastrellamenti della Muti e dei nazisti, si riversavano nelle strade, scavalcando macerie, evitando potenziali mine e trappole disseminate sul terreno. Da un po’ non si udiva più il rombo del solitario bombardiere inglese da ricognizione, chiamato “Pippo”, che sganciava un singolo proiettile laddove intravedeva una luce localizzata a terra. Ordigni di piccolo calibro, bombe a farfalla, una sventagliata di mitragliatrice per snervare la gente e non farla dormire.

Tornavano in molti dalle campagne dove erano sfollati. Le lacrime agli occhi, pianti di gioia, di liberazione, ma anche lacrime di dolore nel vedere la propria casa ridotta a un cumulo di macerie, per la penuria del cibo, per un futuro ancora incerto. Piazza Minniti. Cuore dell’Isola, tra piazzale Lagosta e via Borsieri. Erano passati alcuni giorni, l’entusiasmo si affievoliva, c’era un mondo da ricostruire.

Alcuni partigiani portarono altri uomini su un camioncino in piazza Minniti. Appartenevano, i primi, al gruppo comunista “Bietolini”, con sede in via Monte Cristallo, poco lontano. Transitarono davanti alla chiesa del Sacro Volto. Sul camioncino erano seduti alcuni “repubblichini”, fascisti, fino a qualche giorno prima arroganti esecutori di ordini folli con le loro camicie nere, i mitra per uccidere. Scesero barcollando, davanti all’ingresso dell’oratorio. Vennero messi al muro. Fucilati. Gli anziani dell’Isola ricordano ancora oggi i frammenti dei loro cervelli sparsi sul marciapiede. Una delle vittime venne appesa a un lampione davanti al negozio di pollame, gestito da sua madre. Tra quei partigiani col fazzoletto rosso c’erano anche alcuni che fino a pochi giorni prima portavano la camicia nera.

La differenza con la Resistenza degli ucraini? C’è, eccome! Perché da noi fu soprattutto una guerra civile tra fratelli, vecchi amici, compagni di giochi all’oratorio. Dalla parte giusta e da quella sbagliata.

di Andrea Pamparana

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