Giudice ordina risarcimento da 50mila euro perché obbligata a servire il caffe ai colleghi uomini in quanto donna
Una manager è stata risarcita con 50mila euro perché “costretta” dall’amministratore delegato a servire il caffè ai suoi colleghi uomini in quanto donna
Giudice ordina risarcimento da 50mila euro perché obbligata a servire il caffe ai colleghi uomini in quanto donna
Una manager è stata risarcita con 50mila euro perché “costretta” dall’amministratore delegato a servire il caffè ai suoi colleghi uomini in quanto donna
Giudice ordina risarcimento da 50mila euro perché obbligata a servire il caffe ai colleghi uomini in quanto donna
Una manager è stata risarcita con 50mila euro perché “costretta” dall’amministratore delegato a servire il caffè ai suoi colleghi uomini in quanto donna
Proprio nel giorno della festa della donna, l’8 marzo, è stata pronunciata una sentenza di cui si è saputo solo ora e che sicuramente farà discutere: una manager è stata risarcita con 50mila euro perché “costretta” dall’amministratore delegato a servire il caffè ai suoi colleghi uomini in quanto donna (compito delegato anche alla sorella, sempre per lo stesso motivo legato al genere). E’ accaduto a Conegliano, nel Veneto, presso la società Keyline che, nel frattempo, aveva anche licenziato la donna mente era incinta dopo le sue rimostranze. Il tribunale di Treviso ne ha stabilito anche l’immediato reintegro e riconosciuto il risarcimento per discriminazione sul lavoro.
Secondo il tribunale, tutti questi comportamenti, reiterati nel tempo e avvenuti in presenza di altri lavoratori, hanno avuto un carattere umiliante e svalutante, configurando una molestia discriminatoria legata al genere. L’azienda, nei cui vertici figurano anche il padre della donna, la madre adottiva e il fratellastro, le contestava l’utilizzo della carta di credito aziendale per spese personali – per un totale di circa 5.600 euro – oltre a una presunta responsabilità nella gestione del magazzino durante alcune attività svolte negli Stati Uniti.
I legali della dirigente, gli avvocati Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile, hanno contestato punto per punto queste accuse. Nel corso del processo è infatti emerso che l’utilizzo della carta aziendale per spese personali era una pratica tollerata all’interno della famiglia proprietaria della società. Anche la seconda contestazione, relativa alla gestione del magazzino, è stata ritenuta generica e non supportata da prove concrete.
Per il giudice non esisteva dunque alcuna “colpa grave” tale da giustificare il licenziamento di una lavoratrice in stato di gravidanza, categoria che la legislazione italiana tutela in modo specifico. Il tribunale di primo grado ha quindi disposto il reintegro della dirigente e il pagamento degli stipendi arretrati, per un importo di circa 112 mila euro, oltre al risarcimento di 50 mila euro per la discriminazione e a ulteriori 1.725 euro per il danno da stress.
Una vicenda analoga riguarda anche la sorellastra della manager, licenziata nello stesso periodo, appena un mese dopo aver partorito. Sullo sfondo della causa emergono forti tensioni interne alla famiglia imprenditoriale. Già nella primavera del 2024, pochi mesi prima dei licenziamenti, erano state inviate due diffide in cui venivano denunciate «condotte vessatorie, mobbizzanti e gravemente offensive».
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