Great Resignation in Italia, una tendenza ancora sconosciuta al Sud
| Società
La scelta di abbandonare le comodità del posto fisso, tendenza rinominata “Great Resignation”, si è diffusa anche in Italia, soprattutto tra i giovani under 35 e in Lombardia e Veneto. Stride, ancora una volta, il contrasto con il Sud.
Great Resignation in Italia, una tendenza ancora sconosciuta al Sud
La scelta di abbandonare le comodità del posto fisso, tendenza rinominata “Great Resignation”, si è diffusa anche in Italia, soprattutto tra i giovani under 35 e in Lombardia e Veneto. Stride, ancora una volta, il contrasto con il Sud.
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Great Resignation in Italia, una tendenza ancora sconosciuta al Sud
La scelta di abbandonare le comodità del posto fisso, tendenza rinominata “Great Resignation”, si è diffusa anche in Italia, soprattutto tra i giovani under 35 e in Lombardia e Veneto. Stride, ancora una volta, il contrasto con il Sud.
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AUTORE: Annalisa Grandi
Lo scorso anno il fenomeno era salito agli onori delle cronache negli Stati Uniti, ribattezzato “Great Resignation”. Adesso se ne vedono gli effetti anche da noi. O almeno in alcune zone d’Italia. Si tratta della tendenza, in aumento soprattutto fra le fasce di età più giovani, di rassegnare le dimissioni e cambiare lavoro.
All’ambìto posto fisso – ancora una difficile conquista per tanti – fa da contraltare la scelta di chi l’impiego a tempo indeterminato ce l’ha e si dimette.
Lombardia e Veneto, non a caso, sono le regioni italiane dove la tendenza si fa sentire maggiormente. La spiegazione è semplice: cambia lavoro chi ovviamente può permetterselo, economicamente. E soprattutto chi un altro lavoro l’ha già trovato. Può succedere solo dove l’offerta è maggiore e dove il mercato è più mobile.
Nei primi quattro mesi di quest’anno sono state 66mila le dimissioni volontarie fra i lavoratori veneti, il 50% in più rispetto a dodici mesi fa. Mentre in Lombardia i dati del 2021 rilevano 420mila persone che si sono licenziate (oltre 180mila soltanto a Milano), il 30% in più se si confrontano i dati con quelli del 2020. Occorre prestare attenzione alle fasce di età più coinvolte nelle “grandi dimissioni”: nella metà dei casi si tratta di under 35. E quindi di giovani lavoratori, quelli che hanno probabilmente meno vincoli familiari e nello stesso tempo – inutile negarlo – risultano più appetibili per le aziende in cerca di personale.
Un segnale che gli esperti giudicano come positivo perché manifestazione di un mercato che è tornato a offrire opportunità. Anche se restano le ormai ataviche differenze fra Nord e Sud, un divario che fatica a essere colmato.
Laddove vi è più ricchezza vi è anche la possibilità di scegliere, di andarsi a cercare una mansione che più corrisponda alle proprie attitudini. La pandemia in questo ha svolto senz’altro un ruolo propulsore: il lavoro da remoto e gli orari più flessibili rappresentano adesso un plus che molti lavoratori valutano come importante nella scelta della professione da svolgere.
E la soddisfazione personale è tornata a essere un elemento da tenere in considerazione, per lo meno fra quei lavoratori che hanno caratteristiche spendibili sul mercato. Stride il contrasto con il Meridione: Campania, Puglia, Sicilia e Calabria hanno il tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa e questo riguarda anche le fasce di età più giovani. Due facce diverse di uno stesso Paese.
di Annalisa Grandi
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