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I diritti non negoziabili

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Qatargate: uno sforzo di lucidità per analizzare i fatti. I diritti umani restano tali anche in cella, ma per ora lo sono solo sulla carta
Qatargate

I diritti non negoziabili

Qatargate: uno sforzo di lucidità per analizzare i fatti. I diritti umani restano tali anche in cella, ma per ora lo sono solo sulla carta
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I diritti non negoziabili

Qatargate: uno sforzo di lucidità per analizzare i fatti. I diritti umani restano tali anche in cella, ma per ora lo sono solo sulla carta
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Sul caso Qatargate serve uno sforzo non comune di lucidità. Azione non facile quando si parla di corruzione con gli animi dell’opinione pubblica pronti a incendiarsi, ancora di più quando i soldi in ballo sono tanti e le ipotesi accusatorie appaiono particolarmente gravi. Come nel caso dell’ex eurodeputato Antonio Panzeri, già a capo della Camera del Lavoro di Milano dal 1995 al 2003. Un salto spettacolare: dall’attività sindacale al sospetto di essere un collettore di tangenti del ricchissimo Emirato qatariota.

Lo sforzo è ancora più necessario davanti all’ipotesi che per incastrare il presunto corrotto si forzino le leggi alle esigenze investigative o che – peggio ancora – si usi come arma di pressione e scambio una sorta di “ricatto” morale sugli affetti familiari. Appare del resto ben più di una semplice coincidenza il fatto che Panzeri abbia deciso di sottoscrivere un accordo con la Procura federale belga all’indomani della decisione dei giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Brescia di consegnare la figlia Silvia alla magistratura di Bruxelles. E altrettanto emblematiche suonano le dichiarazioni rilasciate all’Ansa da Marc Uyttendaele, il legale dell’ex europarlamentare, a commento del suo pentimento: «Spera che non accada nulla di doloroso alla figlia e alla moglie».

Sotto i nostri occhi è poi l’infamia perpetrata nei confronti di una bambina di 22 mesi che solo lo scorso 6 gennaio (dopo aver atteso 28 lunghissimi giorni) ha potuto rivedere la propria mamma, l’ex presidente del Parlamento europeo Eva Kaili. Persino l’Italia – condannata più volte dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo – prevede nel suo ordinamento che le detenute possano stare con i propri figli fino a 6 anni di età in case-famiglia protette o nei cosiddetti istituti a custodia attenuata, strutturati in modo da assomigliare il meno possibile a un carcere. Proprio ieri la Procura ha stabilito invece che la Kaili dovrà restare in cella un altro mese. Evidentemente a nulla è valsa la denuncia dei suoi difensori sul trattamento disumano che avrebbe subìto: «Al freddo e con la luce sempre accesa, le hanno tolto il cappotto e negato una seconda coperta. Aveva il ciclo mestruale e non le hanno permesso di lavarsi. Come nel Medioevo».

Le contestazioni reciproche tra il Belgio e l’Italia sullo stato dei penitenziari a Bruxelles non appaiono quindi così campate per aria. E quasi sicuramente riprenderanno dopo il recente fermo della commercialista di Panzeri, Monica Rossana Bellini, finita anche lei nella rete dei presunti corrotti e transitata a tempo di record dalla cella ai domiciliari. Viene infatti indicata dai magistrati come “addetta” al riciclo del denaro proveniente da Marocco e Qatar. Ipotesi d’accusa che come sempre attende di essere messa alla prova nel processo. Sempre che si arrivi in Aula.

 Di Ilaria Cuzzolin

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