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I Phd del Sud vanno al Nord, quelli del Nord  vanno all’estero 

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Vale la pena fare un Phd? Al momento, il dottorato, sembra un percorso esclusivo per chi già può permettersi paghe basse e precarietà

dottorato

I Phd del Sud vanno al Nord, quelli del Nord  vanno all’estero 

Vale la pena fare un Phd? Al momento, il dottorato, sembra un percorso esclusivo per chi già può permettersi paghe basse e precarietà

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I Phd del Sud vanno al Nord, quelli del Nord  vanno all’estero 

Vale la pena fare un Phd? Al momento, il dottorato, sembra un percorso esclusivo per chi già può permettersi paghe basse e precarietà

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In Italia solo lo 0,4% della popolazione ha un dottorato, la metà della media europea e un quarto dall’1,4% della Germania. Il motivo è anche a monte: le borse sono poche, finanziate quasi esclusivamente dal pubblico, e solo con il PNRR si è arrivati a 47mila dottorandi, 18mila in più del normale. E poi ha senso chiedersi: vale la pena fare un PhD? Sono almeno tre anni fuori dal mercato del lavoro, per circa 1200 euro al mese. Vivere in una grande città senza aiuti è difficile e non è un sistema sempre accessibile: seleziona già in partenza. Quasi il 40% dei dottori proviene da famiglie con almeno un genitore laureato, mentre chi viene da contesti meno istruiti resta marginale. Più che un ascensore sociale, il dottorato sembra ancora un percorso esclusivo per chi già può permettersi paghe basse e precarietà. Eppure, il titolo funziona: secondo l’Istat, il 96% dei dottori è occupato a sei anni dal conseguimento. Il problema è come.

Il 34,4% lavora a tempo determinato, quasi il 6% part-time e circa un quarto non fa ricerca. Di positivo per quasi il 40% degli occupati il PhD è stato un requisito necessario, segno di una crescente professionalizzazione. Ma questo non si traduce in migliori condizioni: chi resta in Italia guadagna in media 1.500 euro netti in meno rispetto a chi lavora all’estero. Sopra i 3.500 euro mensili ci arriva solo il 7,4% dei dottori in Italia, contro il 50% di chi è partito. È qui che la mobilità smette di essere una scelta. Gli atenei del Nord rilasciano il 47% dei titoli, ma solo un terzo dei dottori proviene da lì. Dal Mezzogiorno un vero esodo: solo il 5% dei PhD resta al sud. Dal Nord il 45% va all’estero. In totale è il 10% dei PhD italiani a espatriare: Germania e Stati Uniti sono le principali destinazioni, mentre il Regno Unito, dopo la Brexit, ha perso centralità. Le donne sono la metà dei dottori, ma non occupano gli stessi spazi. Sono la maggioranza in educazione e sanità, ma restano minoranza nelle discipline più tecniche. 

E quando entrano nel mondo accademico, più spesso si fermano nelle posizioni meno stabili o meno riconosciute. Il part-time, ad esempio, è per due terzi femminile. E così torniamo al punto di partenza: il dottorato funziona, ma non per tutti allo stesso modo. È un investimento che quasi sempre paga, ma spesso paga altrove. Ma i PhD rifarebbero la loro scelta? Non tutti.

Oltre il 60% è soddisfatto del percorso, ma quasi il 50% è deluso dalle prospettive di carriera. In compenso per l’84% il Phd è stato utile per ottenere il proprio lavoro e quasi il 70% è contento di quel che fa. Quelli meno soddisfatti sono quelli che lavorano nel mondo dell’istruzione universitaria, contraddistinta da precarietà e salari bassi. Per chi è entrato nella scuola e degli altri enti di istruzione non universitaria l’insoddisfazione è legata soprattutto alle scarse possibilità di carriera (50,3%) e alla bassa retribuzione (49,4%). Nonostante l’alto grado di istruzione, infatti, l’85,3% dei dottori di ricerca che lavorano nella scuola percepisce una retribuzione mensile netta inferiore a 2mila euro.

Viviamo così il grande paradosso in un Paese che sforna pochi profili di alto livello e poi ha anche difficoltà ad assorbirli, in un mercato del lavoro poco remunerativo e per cui spesso basta una magistrale per ruoli apicali. E così rimane bassa l’innovazione e la produttività, in un circolo vizioso da cui sembra non ci sia la volontà di investire per uscirne. 

Di Giulio Albano

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