I sindacati finiti in un vicolo cieco
| Società
Lo scorso giovedì Cgil e Uil hanno indetto una giornata di sciopero generale minacciando la paralisi del Paese. Draghi ha deciso che avrebbe ascoltato le loro ragioni ma solo dopo l’adunanza pubblica convocata.
I sindacati finiti in un vicolo cieco
Lo scorso giovedì Cgil e Uil hanno indetto una giornata di sciopero generale minacciando la paralisi del Paese. Draghi ha deciso che avrebbe ascoltato le loro ragioni ma solo dopo l’adunanza pubblica convocata.
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I sindacati finiti in un vicolo cieco
Lo scorso giovedì Cgil e Uil hanno indetto una giornata di sciopero generale minacciando la paralisi del Paese. Draghi ha deciso che avrebbe ascoltato le loro ragioni ma solo dopo l’adunanza pubblica convocata.
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AUTORE: Stefano Musu
Le prove di forza, per i sindacati, sono sempre state quelle di piazza. Già dalla nascita dei primi movimenti operai nel XIX secolo, il teatro naturale e iconico del conflitto non poteva che essere un luogo aperto al pubblico dove radunare le folle. La piazza è diventata, nel corso del Novecento, il contropotere del palazzo, edificio simbolo del potere: da una parte i lavoratori che gridavano il proprio malessere, dall’altra i politici che guidavano le istituzioni. Gli uni elettori, gli altri eletti.
Col passare del tempo i sindacati hanno cominciato a somigliare sempre più ai partiti che pretendevano di tenere sotto scacco, passando infinite ore a ordire trame e imbastire trattative nelle botteghe del potere, allontanandosi progressivamente dalla vita dei luoghi di lavoro che volevano difendere e rappresentare. Così, l’attività sindacale è divenuta un esercizio di ‘ordinaria amministrazione’ attraverso i comunicati di rito ai media per questa o l’altra crisi, con la medesima soluzione proposta: serve più Stato.
Viene da chiedersi, con un velo di ironia, se sia un caso che lo Stato con più assistenzialismo e con maggiore burocrazia d’Europa, qual è l’Italia, ospiti anche i sindacati più politicizzati del mondo libero. Giovedì scorso la Cgil e la Uil avevano indetto una giornata di sciopero generale per manifestare contro la manovra economica del governo. I due sindacati, orfani per l’occasione della mancata adesione della Cisl (a torto o a ragione?), avevano agitato la minaccia della paralisi del Paese per rivendicare il proprio posto al tavolo delle trattative sul bilancio dello Stato.
In altri tempi – e con altri presidenti del Consiglio – bastava questo per venire invitati al banchetto nei posti in prima fila, permettendo ai segretari di intestarsi vittorie e sbandierare successi. Questa volta, però, le cose non sono andate come i segretari speravano: Draghi ha deciso che sì, avrebbe ascoltato le loro ragioni, ma solo dopo l’adunanza pubblica convocata. Un’eventualità che, forse, né Landini né Bombardieri avevano messo in conto.
Ormai lo sciopero doveva essere fatto, a ogni costo. Eppure, della millantata paralisi non v’è stata grande traccia. Da Palazzo Chigi immaginavano uno scenario simile e volevano renderlo palese: come spesso accade in politica, la minaccia è peggiore degli effetti reali. Ora i sindacati, misuratisi nel loro teatro naturale, hanno scarse speranze di vedersi riconosciuto dal Palazzo il mandato che la piazza non ha confermato loro.
di Stefano Musu
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