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Come funziona il congedo mestruale e perché non ce lo meritiamo

Mentre in Australia viene introdotto il congedo mestruale, in Italia la direttrice di un supermercato di Piacenza accusa in pubblica piazza una dipendente di avere il ciclo. A che punto siamo sulla risoluzione di un tema che divide società e lavoro.

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Più di 14mila km separano l’Italia e l’Australia e, stando alle notizie trapelate negli ultimi giorni così discostanti da un Paese all’altro, sembra davvero di sentirli tutti. Il tema è quanto mai caldo e perennemente discusso senza essere riusciti ancora a trovare una soluzione di continuità: ciclo mestruale – donne – lavoro

È di qualche giorno fa, infatti, la notizia dell’introduzione in Australia del ‘congedo mestruale’: un’assenza dal lavoro giustificata per le donne che soffrono di dolori mestruali invalidanti e dolorosi, dando loro la possibilità di lavorare in smart working o di usufruire di alcuni giorni di congedo retribuito ogni anno, da sommare alle normali ferie retribuite e ai permessi per malattia. Un’opportunità che, stando ad un articolo pubblicato dalla BBC e ricco di testimonianze in merito, sta macinando consensi e successi.

La proposta (che ricordiamo è già un fatto in altri Paesi come il Giappone, dove il congedo esiste dal 1947 e l’Indonesia, dal 1948) è il frutto di una serie di progetti di più ampio respiro con il preciso obiettivo di normalizzare il ciclo mestruale delle donne e i conseguenti disagi da esso derivati. Anche semplicemente nel parlarne.

Ad esempio, secondo un sondaggio del 2021 lanciato dal Victorian Women’s Trust e Circle In (fornitori di software per le risorse umane con sede a Melbourne), il 70% delle donne si sente a disagio nel comunicare i propri problemi relativi a ciclo o menopausa ai datori di lavoro. Il risultato è uno stacanovismo non sempre fruttuoso, laddove, partendo da diverse testimonianze raccolte dalla BBC, molte di queste donne arrivano poi ad accusare malori e svenimenti sul posto di lavoro.

Certo, non è una bella notizia per i piani alti: si stima una perdita di produttività di circa 9 giorni l’anno. Ma quale produttività potrà mai esserci con una dismenorrea che non ti fa alzare dal letto? A questa domanda risponde Marian Baird, professoressa di relazioni di genere e lavoro presso la Business School dell’Università di Sydney, affermando che le aziende saranno ricompensate in termini di qualità e non quantità: “Se fornisci i servizi giusti, la produttività delle donne aumenta, il loro impegno e lealtà aumentano e ci sono benefici per l’azienda”.

Con immensa fatica e rammarico ritorniamo poi alle nostre questioni italiche, spezzando l’armonia australiana con una frase pronunciata dalla direttrice di un supermarket di Pescara che ha fatto inorridire l’opinione pubblica in questi giorni: “Voglio il nome e cognome di chi oggi ha il ciclo mestruale, ok? Sennò gli calo le mutande io”. Il motivo di questa pretesa così elegante è stato il ritrovamento nel bagno di un assorbente fuori dal cestino.

Così, tanto per rimarcare quella tanto agognata solidarietà femminile, la direttrice ha ben pensato di mettere alla gogna la presunta colpevole in pubblica piazza. Situazioni come queste sono all’ordine del giorno”, ha commentato la Filcam Cgil.

Vero, qualche anno fa anche in Italia era stata tentata un’apertura sul tema con l’introduzione del ‘giorno di indisposizione’, utilizzato in particolar modo dalle donne e che consentiva l’assenza dal lavoro di un giorno senza dover passare ore interminabili dal medico di base per un certificato di malattia. Il risultato è stato orde di assenze fin troppo ingiustificate. Della serie “non ci smentiamo mai”.

Il ministro per la Pubblicazione Amministrazione Renato Brunetta sulla questione era stato molto chiaro: “Basta far finta di lavorare in smart working. Il governo Draghi ha fatto una grande scelta: vaccini e presenza, vaccini e gente sul posto di lavoro“. Dichiarazione tagliente poi smorzata pochi giorni fa con una precisazione: “Nella pa lavoro sempre da remoto per i più fragili“.

Quel che risulta chiaro è che un cambiamento radicale, sia nella legislazione lavorativa sia nella nostra cultura, è quanto mai necessario. Il ciclo non è una scelta o un segreto da nascondere, né lo sono i dolori che, nostro malgrado, siamo costrette a tollerare. Non diventi però l’ennesimo motivo per farci togliere da sotto al naso successi e conquiste ottenute con fatica.

Nel frattempo, sogniamo i canguri.

 

di Raffaela Mercurio


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