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Il senior cohousing, antidoto contro la solitudine

L’Italia è sempre più anziana: aumentano gli over 65, autosufficienti ma completamente soli. È il fenomeno dell’invecchiamento passivo. Ma come mai il nostro paese è ancora così indietro nel cohousing rispetto ad altre realtà europee?

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Pochi giorni fa la catena di supermercati olandese Jumbo ha annunciato l’apertura di 200 nuovi punti vendita con una caratteristica curiosa: la presenza di “casse lente”, pensate per gli anziani che desiderano fare la spesa in totale relax. Si chiameranno kletskassa e sono state ideate per chi ha bisogno di ritagliarsi  momenti di convivialità dialogando con i cassieri e rivalutando il supermercato non più solo come luogo di approvvigionamento di viveri ma come luogo di socialità e scambio.
L’iniziativa segue la scia del programma politico dei Paesi Bassi “One against loneliness” (“Uno contro tutti”) il cui obiettivo dichiarato è combattere la piaga sociale della solitudine negli anziani, spesso lasciati soli seppur ancora autosufficienti.

I cambiamenti demografici, avvenuti soprattutto dagli anni ‘60 in poi, hanno comportato delle vere e proprie rivoluzioni nella società, nella cultura e persino nell’urbanistica: si alza sempre più l’asticella dell’età media con conseguente aumento dell’invecchiamento della popolazione. Al contempo sono sempre di più le famiglie che decidono di avere meno figli o non averne affatto così come è sempre più frequente la scelta obbligata di allontanarsi dalla propria città e dal proprio nucleo familiare per cercare lavoro altrove.

Secondo i dati ISTAT, sono oltre 13 milioni gli over 65 in Italia nel 2021. Le cifre assumono un significato ancora più forte se si considera che, negli anni ‘60, la percentuale era appena del 9,3% per poi aumentare gradualmente al 13,1% nel 1980 fino al 23,5% nel 2021.

I numeri sono solo la punta dell’iceberg di un problema ad ampio spettro definito invecchiamento passivo ovvero l’aumento delle persone over 65 ancora autosufficienti, non bisognose di particolari cure ma che spendono gran parte della loro vita restante in totale isolamento. E non per scelta.
Allo scopo di contrastare questi drammi della solitudine, anche in Italia -come accade già da tempo all’estero- stanno nascendo realtà di co-housing o senior housing.
In altre parole: coabitazione.

Gli edifici dedicati al cohousing si trovano soprattutto nelle grandi città e ospitano al loro interno una serie di alloggi (spesso comunicanti) il cui scopo è alleviare la solitudine, condividendo con altri spese, servizi e attività. Un’alternativa umanizzata delle case di riposo, spesso tacciate di eccessiva rigidità e più simili ad ospedali che luoghi di casa.

Nel nostro Paese è ancora forte la resistenza verso questo genere di soluzioni, con prezzi non alla portata di tutti ma s’intravede la luce: un esempio è Ca.za, un’oasi di pace vista mare nel centro di Brindisi, ideato da tre giovani imprenditrici under 40. Qui gli anziani condividono pasti ed attività ricreative in stretta sinergia con la Regione Puglia, non sentendosi mai un peso ma parte attiva della comunità.
Accanto a Ca.za, solo per citarne alcuni, anche Cohousing di Via Scandellara a Bologna, la Casa del Moro a Lucca, Casa alla Vela a Trento, Homefull a Roma, Ca’ nostra a Modena, il Condominio solidale Via Gessi a Torino.
Le strutture abitative di questo tipo aumentano in tutta Italia di anno in anno ma perché l’Italia, tra i Paesi con la più alta percentuale in Europa di anziani, è arrivata così tardi?

Non esiste una normativa giuridica specifica per il cohousing: il più delle volte si tratta di progetti finanziati da enti privati, fondazioni, associazioni culturali. Contrariamente all’Olanda, di cui abbiamo parlato all’inizio, l’Italia sembra disinteressarsi dell’incommensurabile patrimonio delle nostre radici, oltre che dei vantaggi che una soluzione del genere potrebbe apportare sui temi della sostenibilità e dell’urbanistica moderna.

 

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