La Babele dei pronomi
| Società
Fino qualche anno fa la politica dei pronomi, promossa dalle vestali del politicamente corretto, colpiva quasi esclusivamente le istituzioni accademiche. All’atto pratico si trattava – essenzialmente – di evitare il maschile quando il riferimento poteva essere anche a una donna
La Babele dei pronomi
Fino qualche anno fa la politica dei pronomi, promossa dalle vestali del politicamente corretto, colpiva quasi esclusivamente le istituzioni accademiche. All’atto pratico si trattava – essenzialmente – di evitare il maschile quando il riferimento poteva essere anche a una donna
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La Babele dei pronomi
Fino qualche anno fa la politica dei pronomi, promossa dalle vestali del politicamente corretto, colpiva quasi esclusivamente le istituzioni accademiche. All’atto pratico si trattava – essenzialmente – di evitare il maschile quando il riferimento poteva essere anche a una donna
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AUTORE: Luca Ricolfi
Se scrivevi una lettera o trasmettevi una comunicazione, non potevi iniziare con il solito «cari colleghi», ma dovevi scrivere «care colleghe e cari colleghi» o «car*collegh*» oppure usare qualche diavoleria neutra (ad esempio la cosiddetta schwa: ə) per non discriminare le donne. Se mandavi un articolo alla solita rivista in lingua inglese dovevi stare attento a non usare, per riferirti a una persona che poteva essere maschio o femmina, il pronome he (lui) ma il pronome doppio he or she o ancor meglio she or he. Oggi non più, specie negli Stati Uniti. Oggi ci sono quattro novità sostanziali.
La prima è che la politica dei pronomi pretende di includere non solo le donne ma qualsiasi persona “non binaria”: maschi che hanno cambiato sesso, maschi che si sentono femmine, donne che hanno cambiato sesso, femmine che si sentono maschi, persone intersessuali, maschi bisessuali, femmine bisessuali, persone che non vogliono avere un’identità sessuale o di genere, persone più o meno perennemente ‘fluide’ et cetera (non per nulla la vecchia sigla Lgbt è evoluta in Lgbtqia+, che significa: lesbian, gay, bisexual, transgender, queer, intersexual e chi più ne ha ne metta).
La seconda novità è che la proliferazione delle minoranze “non binarie” (e quindi protette, in quanto diverse) non ha condotto alla ricerca di un unico pronome ‘inclusivo’ (cosa già alquanto bizzarra, in quanto artificiosa) bensì a un’esplosione di pronomi, ciascuno completo della sua più o meno cervellotica declinazione (lo schema a fianco ve ne offre un campione significativo).
La terza novità è che, secondo le numerose organizzazioni che pretendono di insegnarci come parlare, la scelta del pronome è completamente arbitraria e soggettiva: è l’individuo che deve decidere con quale pronome gli altri devono chiamarlo. Un transessuale MtF (maschio che diventa femmina) può pretendere di essere chiamato con il pronome xe, un altro transessuale Mtf può esigere il pronome per, che a sua volta può essere scelto anche da una lesbica o magari da un bisessuale. La quarta novità è che le organizzazioni che, senza alcun mandato collettivo, promuovono la Babele dei pronomi pretendono pure che in qualsiasi conversazione ci si presenti dichiarando i propri pronomi, si chieda all’interlocutore quali siano i suoi e pure che – quando qualcuno sbaglia i pronomi di qualcun altro – lo si redarguisca gentilmente. In un mondo in cui la maggior parte della popolazione ha problemi ben più seri, concreti e drammatici l’esito della guerra dei pronomi rischia di essere la creazione di nuove discriminazioni e stigmatizzazioni. Questa volta ai danni di quanti non vogliono o non possono adeguarsi ai molestatori della lingua.
Di Luca Ricolfi
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