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La depressione non sia una moda

Se prima soffrire di depressione o qualsiasi altra patologia psichiatrica era una vergona, oggi parlare di salute mentale sta diventando una moda.
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La depressione non sia una moda

Se prima soffrire di depressione o qualsiasi altra patologia psichiatrica era una vergona, oggi parlare di salute mentale sta diventando una moda.
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La depressione non sia una moda

Se prima soffrire di depressione o qualsiasi altra patologia psichiatrica era una vergona, oggi parlare di salute mentale sta diventando una moda.
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Se prima soffrire di depressione o qualsiasi altra patologia psichiatrica era una vergona, oggi parlare di salute mentale sta diventando una moda.

Parlare di salute mentale sta diventando di moda. Dopo che per secoli l’ammissione di soffrire di depressione o di qualunque altra patologia psichiatrica è stata accompagnata dalla vergogna e dallo stigma sociale, oggi discuterne apertamente è diventato quasi trendy. Non passa giorno senza che qualche personaggio più o meno famoso faccia coming out, raccontando le proprie diagnosi al grande pubblico. Sui social spopolano i profili sulla salute mentale e frasi come «È ok non essere ok» impazzano su tazze, magliette, persino sulla carta igienica.

Se da un lato questo può contribuire a dare attenzione a un tema tanto importante quanto poco considerato dalla politica e dalla società, dall’altro favorisce anche una pericolosa banalizzazione. Le malattie mentali non hanno quasi mai confini visibili all’esterno e quei confini sono spesso difficili da definire anche all’interno. Questo significa che si può provare una grande tristezza senza essere malati di depressione e che a decidere se si tratti dell’una o dell’altra cosa può essere soltanto un clinico, non certo la persona stessa. Oggi invece spopolano le autodiagnosi – spesso strumentali a ottenere il favore del grande pubblico – così creando grande confusione e danneggiando la community degli utenti psichiatrici, quelli veri.

Abbiamo assistito nei giorni scorsi al triste teatrino svoltosi in un famoso reality show in cui uno dei concorrenti prima ha ammesso di soffrire di depressione con i suoi compagni, poi è uscito dal gioco a causa del bullismo da loro subìto e poco dopo ha dichiarato per mezzo del suo agente che in realtà non era mai stato malato di depressione e non escludeva di rientrare in trasmissione. Invece di contribuire a una maggiore sensibilizzazione sul tema della salute mentale, questa ambiguità finisce per alimentare lo stigma secondo il quale la depressione è un qualcosa di non ben definito, risolvibile con un po’ di buona volontà, il supporto degli amici e una pacca sulla spalla.

Essere malati di depressione o ansia sociale è molto diverso dal vivere un periodo in cui ci si sente giù di morale o in ansia per la partecipazione a un evento. Una persona che soffre di depressione non è qualcuno che sta attraversando un periodo difficile: è una persona con una malattia debilitante e spaventosa. La depressione è un enorme sacco pieno di pietre sulle spalle che non si può mai togliere; un telo grigio e pesante incollato sugli occhi che impedisce di vedere qualunque colore; uno stato costante di paura, angoscia, smarrimento. Si tratta di una malattia che non si cura con lo yoga, con i mental coach, con la meditazione, i guru, la spa, le camminate in montagna. Tutte attività che fanno bene, certo, ma quando si soffre di depressione è già tanto riuscire a dormire, mangiare, svolgere le normali attività quotidiane. La malattia mentale è brutta, sporca e cattiva, provoca dolore, spesso porta con sé solitudine, perdita del lavoro e persino un peggioramento della salute fisica. E se da una parte parlarne è utile per abbattere lo stigma legato agli stereotipi, dall’altra è importante farlo con competenza, cautela, rispetto, usando le parole giuste e nei giusti contesti.

Il messaggio che deve arrivare è che non bisogna vergognarsi della propria diagnosi psichiatrica ma che non c’è niente di desiderabile nell’averne una. Non si è persone migliori se si è costretti ad andare in terapia e assumere farmaci; forse lo si può diventare alla fine del percorso, se lo si è sfruttato per crescere in saggezza e consapevolezza. Forse.

Di Maruska Albertazzi

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