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L’educazione al posto della censura

Pensare che l’impatto dei social network sia esente da rischi è da ingenui, ma il problema non può essere risolto tramite la censura.

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L’84% dei giovani (19-29 anni) sta sui social network almeno 2,5 ore al giorno. Poiché ci stanno volontariamente sette giorni su sette e non sono distratti dai compagni, dal cambio degli insegnanti, dalle ricreazioni, dalle attività sportive et cetera si tratta di un tempo analogo a quello trascorso in postura recettiva a scuola. Pensare che un’attività di interazione sociale di questa importanza sia esente da rischi è ingenuo.

Posso non avere account Facebook, evitare l’aperitivo al bar e il tifo allo stadio. Questo non significa che intendo mettere le briglie ai social network o chiudere i bar perché diffondono una droga pericolosissima come l’alcol o bandire il calcio perché stimola la violenza: è l’educazione la risposta. Accusare l’algoritmo di incitare allo scontro è ipocrita: anche la nostra migliore giornalista, quando mette in studio filosofi e virologi, no-vax ed epidemiologi non lo fa forse per lo stesso motivo, ovvero l’audience? Sarebbe più educativo un talk show senza contraddittorio? Forse, ma non sarebbe più efficace, perché alla seconda uscita non avrebbe più nulla da dire. Il problema dell’impatto dei social network esiste, come è esistito quello della stampa a caratteri mobili dopo Gutenberg: la risposta però non è la censura ma maggiore responsabilità individuale, maggiore cultura digitale, maggiore trasparenza.

Tornando a Facebook, la cosa più interessante emersa dai file che l’ex dipendente ha consegnato al “Wall Street Journal” è che loro stessi, i manager di Facebook, non governano pienamente l’algoritmo, sia perché non vogliono sia perché non conoscono più di tanto l’interazione tra l’algoritmo stesso e il pubblico. Inoltre, non si fidano del giudizio dell’algoritmo rispetto ai comportamenti di persone importanti, per le quali hanno istituito un sistema parallelo di valutazione XCheck, che non applica le regole generali automatiche, ma le ‘interpreta’ e le gestisce con cervelli umani. Ciò solleva giuste proteste: ci sono utenti di serie A e di serie B e solo ai secondi si applicano le regole stringenti relative al rispetto della privacy altrui, alla non incitazione alla violenza, alla rimozione delle fake news. Così, al giornalista indipendente El Soqqari è capitato di vedersi bloccato l’account perché l’algoritmo ha scambiato una sua condanna di Osama bin Laden per un sostegno al terrorismo. Oppure la frase «I colori bianchi sono i peggiori» ha dato luogo a una segnalazione come incitamento all’odio razziale.

Salvo chiudere i rubinetti ovvero gli account, Facebook non controlla più di tanto l’andamento delle interazioni tra algoritmo e pubblico. Ha ragione Zuckerberg quando al Congresso Usa ha ripetuto: «Non vogliamo essere i custodi della verità». Con questa frase voleva liberarsi dalle pastoie, ma si è liberato anche della presunzione di credibilità dei social, pericolosa innanzitutto per gli stessi social.

A differenza di quanto sostengono in molti, il riconoscimento di questa debolezza non depone a favore di una censura – che anzi finirebbe con il  rafforzare la credibilità del social network, trasformandolo in vittima del Grande Fratello – ma di una trasparenza maggiore, che può essere affidata solo al controllo e alla denuncia dei media nei confronti della parzialità dei social, della loro natura effimera, del loro essere come le chiacchiere da bar o da stadio: attività fondamentali per la nostra vita quotidiana, che dobbiamo poter vivere nel modo più libero, responsabile e consapevole.

di Mario Dal Co

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