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Manca l’acqua, costa tanto ma agli italiani il problema non interessa

Di acqua dovremmo occuparci sempre, anche quando fa freddo. Soprattutto noi italiani che siamo tra i più spreconi. Serve maggior rispetto: tra i consumatori come tra gli amministratori. L’acqua non è infinita né gratuita. Anzi, il suo costo sta aumentando. Ma se per la benzina siamo pronti a scendere in piazza, per l’acqua nessuno muove un dito.

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Facciamo acqua da tutte le parti. Letteralmente. In giornate dal caldo surreale – alle prese con picchi di 35 °C e oltre per più di 12 giorni che hanno allarmato i bioclimatologi – sarebbe opportuno non limitarsi a rimirare sconcertati le fotografie del Po in secca, di invasi ormai svuotati, di laghi boccheggianti e di una siccità che avanza a ritmi impressionanti. Dell’acqua in quanto bene per eccellenza dovremmo sviluppare una coscienza non sottoposta alle cicliche emergenze. Occuparcene anche quando fa freddo o dopo le sempre più frequenti piogge a carattere tropicale che investono il nostro Paese, con effetti devastanti per uomini e territorio.

Parlare di acqua ora che boccheggiamo, insomma, è facile. Lamentarsi dell’aumento dei prezzi di quella imbottigliata, di cui noi italiani siamo spericolati consumatori, pure. I n. 1 in Europa per distacco, così come sempre noi siamo quelli che ne sprecano quantità impressionanti. La media nazionale, lungo il mezzo milione di km di acquedotti, è oggettivamente vergognosa: il 42%. Tradotto in numeri assoluti, 104mila litri di acqua al secondo, 9 miliardi di litri al giorno buttati. Al giorno, ripetiamo. Altro che fare acqua, qui facciamo oceano. E questa è la media, che non deve sottacere veri e propri drammi a carattere locale, come il sempiterno caso della Sicilia, una regione in cui la percentuale di acqua sprecata per l’obsolescenza della rete, mancata cura della stessa e non trascurabili atti criminosi arriva al 54%. Non si può dimenticare, del resto, come nel passato grandi famiglie mafiose abbiano fatto fortuna vendendo acqua con le autobotti. Trovarci ancora lì – a monte del problema – in pieno Terzo millennio è un’indecenza.

Altrove non è che si stia tanto meglio. In Lombardia, un cittadino su quattro non si fida della qualità dell’acqua che esce dal rubinetto. Per liti decennali fra Comuni, un modestissimo corso d’acqua come il Seveso a ogni forte temporale da una vita tiene in scacco mezza Milano, la capitale economica di questo singolare Paese.

Lo spreco è una costante, la bassissima attenzione di noi cittadini un’altra, come il dato considerato acquisito che l’acqua debba essere un bene gratuito. In realtà lo paghiamo pochissimo, meno che in qualsiasi altro Paese dell’Ue. Lasciamo anche da parte le valutazioni politiche che periodicamente si sono esercitate sul tema (ricordiamo che sulla presunta gratuità dell’acqua sostanzialmente si decise il referendum in materia del 2011, che mirava a concedere una seppur limitata privatizzazione della gestione), la verità è che se siamo abituati a considerare l’acqua un diritto gratuito a quel bene non riusciremo mai a dare un valore. Se vogliamo, anche per psicologia spicciola.

Così l’allucinante incuria della rete idrica, che è tutta in capo ad amministratori evidentemente incapaci in materia, non sembra agitare particolarmente un’opinione pubblica prontissima a salire sulle barricate per il prezzo della benzina o di altri generi di consumo. Il tema dell’acqua è una grande urgenza anche di carattere culturale. Le nuove generazioni, grazie al cielo, hanno sviluppato una sensibilità molto accentuata contro gli sprechi e l’abuso di un bene non infinito. Sono un pungolo straordinario per il mondo dei più grandi, ma anche in questo dobbiamo essere onesti: non risolveremo certo il problema idrico compiendo la pur sacrosanta azione di chiudere il rubinetto in cucina o mentre ci laviamo i denti.

Ognuno di noi, è il caso di dirlo, è una goccia nell’oceano e ha il dovere morale di fare qualcosa, ma solo rendere efficiente il sistema di gestione e affrontare il tabù della privatizzazione della gestione della rete ci permetterà di uscire da questo assurdo impasse. Non fiatiamo nel pagare e molto l’acqua imbottigliata, il cui prezzo medio si appresta a salire del 10% per l’aumento dei costi della filiera, ma inorridiamo come pulcini bagnati davanti all’ipotesi di trattare l’acqua con il rispetto e la lungimiranza che merita.

 

Di Fulvio Giuliani

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