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Niente divieto di stendere i panni fra i palazzi a Napoli. Per fortuna.

La Giunta comunale di Napoli ci ha ripensato: niente divieto di stendere i panni fra i palazzi della città. Anche solo aver pensato a questo divieto denota l’incapacità di saper distinguere le pessime abitudini, figlie della maleducazione, dalla antiche tradizioni di una città unica al mondo.

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La norma doveva essere varata oggi dalla Giunta comunale di Napoli, dopo il via libera degli uffici di Palazzo San Giacomo: divieto di stendere i panni ad asciugare al sole fra i palazzi della città. Niente più panni nei vicoli, insomma, in cui (solo lì) da sempre è possibile mettere la biancheria al sole. Divieto clamoroso e cancellato in tutta fretta ieri pomeriggio dal sindaco Manfredi.

Avrebbe accompagnato altre norme per il decoro urbano che vanno dal divieto delle partite di pallone nelle gallerie cittadine allo stop della vendita di alcolici a tarda notte. Provvedimenti sacrosanti, mentre prendersela con i panni stesi appariva oggettivamente un autogol clamoroso. Indice di una preoccupante incapacità di saper distinguere l’origine di antiche tradizioni con pessime abitudini figlie di una maleducazione che la Napoli di un tempo non avrebbe mai tollerato.

Perché per secoli la vita di società, in questa antica capitale, è stata regolata da norme non scritte. ‘Regole’ sui generis, in cui l’amore per il teatro a cielo aperto e un certo grado di caciara permanente si sposavano con un rispetto ferreo di alcuni topos intoccabili. Le “creature” e i “guaglioni” – le due categorie napoletane per identificare i bambini più piccini e quelli più grandicelli – giocano e fanno casino. Nessuno si allarma(va), ma era più che sufficiente un’urlata ben assestata della corpulenta mamma o nonna di turno per riportare l’ordine. Abbiamo visto con i nostri occhi baldi giovanotti scappare a gambe levate, inseguiti da ciabatte volanti.

Nei vicoli, i panni da sempre si stendono al sole tra palazzi, per cercare la luce e il calore che nelle zone più anguste e sovrappopolate del centro antico faticano a far capolino persino a Napoli. Oggi si potrebbe comprare l’asciugatrice, ma il sole continua a funzionare decisamente meglio, agevolando anche il successivo lavoro di stiraggio. In periodi di ristrettezze, non rinunceremmo all’energia solare. Per tacere del danno di immagine che sarebbe derivato dall’applicazione delle nuove norme (li avremmo voluti vedere i vigili litigare con “donna Maria” e obbligarla a tirar via il bucato dalla strada).

Un conto è il decoro, altro è demolire un pezzo dell’iconografia di una città che dovrebbe far pace con sé stessa. A scrivere è un napoletano e dovremmo pur smetterla di provare a scimmiottare nei dettagli realtà con altre storie e tradizioni, mentre si lasciano incancrenire problemi che azzoppano realmente un luogo unico.

Se Napoli non ha paragoni nell’orbe terracqueo lo deve molto alla particolarità del suo centro storico, frutto di una stratificazione vecchia di 2.500 anni. A parte la zona dei quartieri spagnoli, risalente alla dominazione di Madrid (ma va?!) e universalmente nota non sempre per edificanti ragioni, il cuore della città riporta ancora oggi la pianta ortogonale della città romana, semplicemente alcuni metri più in alto. Al di sotto della Napoli latina, poi, fa capolino la Neapolis greca, come nella vivacissima piazza Bellini o nei magnifici scavi della basilica di San Lorenzo (dove Boccaccio si innamorò di Fiammetta, perché a Napoli la storia ti insegue letteralmente per strada). I palazzi del centro si guardano oggi l’un l’altro a pochi metri come sotto gli angioini, gli aragonesi, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci e tutte le dominazioni che si sono alternate in una storia ricchissima e complicata. I “signori” e il popolo gomito a gomito, negli stessi palazzi, solo in piani diversi. Altra unicità.

Da quei balconi, che qualcuno avrebbe voluto anestetizzare manco fossimo a Zurigo, Napoli ha raccontato e ha cantato, creando la più grande tradizione musicale al mondo. Fa teatro ogni giorno, sublimata da quel pezzo di inarrivabile bravura che è il monologo sul caffè di Eduardo De Filippo. Al balcone, non certo per caso, mentre da giù arriva «a voce de’ criature che saglie chianu chianu. E tu sai ca’ non si sulo», nella più commovente e potente fotografia in versi che Pino Daniele avrebbe mai potuto scattare per descrivere cosa siano a Napoli i bambini e la vita dei vicoli.

 

Di Fulvio Giuliani

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