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1 milione e 300 mila nuovi posti di lavoro, ma non abbiamo le competenze

Secondo gli ultimi dati diffusi da Unioncamere-Anpal, l’Italia avrà bisogno di assumere un milione e 300mila nuovi dipendenti. Ma di questi quasi mezzo milione non potrà essere coperto per carenza di formazione e conseguenti scarse competenze dei candidati. Uno scempio.

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Nonostante sia sparita, inghiottita dalla follia politica, un
altra Italia esiste. Unaltra Italia che continua a basare le proprie fortune su lavoro, concorrenza e capacità di sviluppare idee. Il segreto’ dietro la capacità di ridurre i gap strutturali delle nostre imprese nei confronti dei competitor. Un’altra Italia affamata di competenze e formazione, esattamente ciò che è sparito dai radar del Paese che conquista regolarmente le prime pagine dei quotidiani e occupa militarmente talk-show televisivi e spazi di dibattito pubblico.

E pensare che da oggi al 2026, secondo gli ultimi dati diffusi da Unioncamere-Anpal, laltra Italia avrà bisogno di assumere un milione e 300mila nuovi dipendenti. Posti di lavoro e opportunità preziose per i nostri ragazzi e non solo, perché dovremo pur imparare a non dimenticare un aspetto cruciale: riqualificare e riposizionare lavoratori messi in difficoltà non dalla scarsa propensione all’impegno ma dall’evoluzione del mercato del lavoro. La stessa indagine, però, quantifica in quasi mezzo milione le posizioni che già oggi sappiamo di non riuscire a coprire, per carenza di formazione e conseguenti scarse competenze dei candidati. Uno scempio.

Oltre un terzo dei posti di lavoro che limpresa-Italia potrebbe creare da zero nei prossimi tre anni e mezzo non saranno coperti per colpe esclusivamente nostre. Perché la nostra scuola non funziona, non prepara, si ostina ad avere un rapporto misteriosamente conflittuale con il mondo del lavoro. Perché, come scrivevamo ieri, all’esame di maturità dedichiamo pensosi articoli sempre uguali – basati per lo più sulle memorie di ultra cinquantenni – senza mai affrontare lunico tema che meriterebbe attenzione: lassoluta inutilità della prova stessa così com’è.

L’università ha pochi iscritti. Siamo in fondo a qualsiasi classifica europea, sia per quanto concerne le matricole che i neolaureati, appena sopra la sola Romania. La nostra università, pur dotata di eccellenze assolute, ‘vanta’ un livello di preparazione media discutibile e, in una coazione a ripetere, lesperienza della scuola continua a mantenere una dolorosa separazione fra preparazione accademica ed esperienza lavorativa. Il risultato è deprimente per almeno due motivi: i migliori talenti, i più volenterosi, i baciati da madre natura non hanno quasi mai problemi, approfittando di un mercato che se li va a cercare con il lanternino. A tutti gli altri viene negata alla radice la possibilità di prepararsi al meglio a una competizione che sarà sempre più serrata. Li si corrompe con lidea truffaldina di un finto egualitarismo, ovviamente tendente al ribasso. Li si illude, per poi consegnarli alla retorica del precariato. Li si blandisce per fregarli.

Una volta nella palude dei lavori senza futuro – figli della loro impreparazione e di un mercato del lavoro sclerotico – parte l’istigazione al piagnisteo, così utile a campagne elettorali sempre uguali e sempre inutili. Mai nessuno che sia disposto a dire le verità più scomode: chi è preparato e formato non solo lavora ma è oggetto di una caccia disperata delle aziende. Realtà che smentisce la retorica dell’Italia che non sa creare lavoro. Meglio tenerli in uno stato di sempiterna adolescenza-giovinezza, accusandoli per sovrapprezzo di non voler far figli.

Il risultato è un Paese che parla solo di pensioni e pensionati, perché si sta disabituando anche all’idea di avere bambini e ragazzi fra i piedi. Una società che si illude di prosperare senza dover lavorare e racconta ossessivamente solo di chi non ha voglia di far nulla, perfetti soldatini dell’esercito degli arrabbiati rivoluzionari in infradito. Laltra Italia non fa notizia, annoia con quest’assurda pretesa di provare lesaltante sensazione di raggiungere un risultato costato fatica e sudore. Di farcela.

Del resto, questo pezzo di Paese non è più considerato un bacino elettorale dalla gran parte delle forze politiche, ormai capaci solo di blandire, ripetere tre-quattro parole dordine e scegliersi i nemici più comodi.

Di Fulvio Giuliani

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