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Prato, car surfing per “festeggiare” la maturità

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A Prato un giovane è stato ripreso aggrappato sul tettuccio di un’auto, in corsa sulla tangenziale. I giovani quando capiranno le responsabilità delle proprie azioni?

Prato, car surfing per “festeggiare” la maturità

A Prato un giovane è stato ripreso aggrappato sul tettuccio di un’auto, in corsa sulla tangenziale. I giovani quando capiranno le responsabilità delle proprie azioni?
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Prato, car surfing per “festeggiare” la maturità

A Prato un giovane è stato ripreso aggrappato sul tettuccio di un’auto, in corsa sulla tangenziale. I giovani quando capiranno le responsabilità delle proprie azioni?
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Non accenna a placarsi la nuova “moda” del car surfing, la pericolosa challenge social con l’obiettivo di “surfare” rimanendo aggrappati sul tetto di un’auto mentre sfreccia su strada. Nei giorni scorsi un giovane è stato ripreso proprio mentre praticava quella challenge, su un’automobile in corsa sulla Tangenziale di Prato. Ma in realtà il fenomeno non è nuovo. La challenge, infatti, è sbarcata prima negli Stati Uniti e poi in Italia già tre anni fa. A nulla sono valsi gli ultimi fatti di cronaca che hanno colpito l’opinione pubblica del nostro Paese, primo fra tutti l’incidente degli youtuber TheBorderline. La tendenza a mettere in pericolo la propria vita e quella degli altri pare non arrestarsi. Sul caso di Prato, la Polizia municipale è riuscita a rintracciare il conducente dell’auto, poco più che vent’enne, che è stato sanzionato. A bordo con lui altri due giovani coetanei. Tutti e tre hanno giustificato la loro “bravata” – che bravata non è bensì un gesto folle e irresponsabile – dicendo di voler festeggiare la fine della loro maturità. I più rigorosi probabilmente sarebbero dell’idea di annullare quel titolo di studio, perché a quanto pare di maturo nella vita quotidiana di questi ragazzi c’è ben poco. Qualcun altro cercherebbe le domande e le risposte a questi fenomeni nella famiglia, nei social, e in chissà quali altri motivi. Ma la verità forse è già stata detta da un giovane coetaneo della diciassettenne Michelle, uccisa a Primavalle, che alla domanda di un cronista di Repubblica sul come si cresca in una borgata, ha così risposto: “Si cresce come da qualsiasi altra parte. Non c’entra il posto in cui vivi, c’entra la persona che sei”. Certo, che l’episodio della challenge e l’omicidio di una vita umana siano ben distanti tra loro è chiaro a tutti, ma la matrice resta la stessa e risuona chiara nelle parole di quel giovane intervistato da Repubblica. Conta quello che sei e quello che scegli di essere. Forse la verità è che la responsabilità delle proprie azioni deve tornare al mittente. Senza più scuse che sia “colpa” dei genitori, del gruppo dei pari o della società. Di Claudia Burgio

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