Quali termini usare per parlare con rispetto
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Oggi innumerevoli legislatori del linguaggio, spesso in disaccordo fra loro, ci spiegano quali termini usare per parlare con rispetto di chi ha qualche inconveniente fisico o mentale più o meno grave e più o meno permanente
Quali termini usare per parlare con rispetto
Oggi innumerevoli legislatori del linguaggio, spesso in disaccordo fra loro, ci spiegano quali termini usare per parlare con rispetto di chi ha qualche inconveniente fisico o mentale più o meno grave e più o meno permanente
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Quali termini usare per parlare con rispetto
Oggi innumerevoli legislatori del linguaggio, spesso in disaccordo fra loro, ci spiegano quali termini usare per parlare con rispetto di chi ha qualche inconveniente fisico o mentale più o meno grave e più o meno permanente
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AUTORE: Luca Ricolfi
C’è stato un tempo in cui la gente non era malata di suscettibilità. Un tempo in cui le parole non erano radioattive. Dicevi invalido, magari per cedergli il posto sul tram, e nessuno aveva niente da ridire. Dicevi infermo, menomato, storpio e nessuno pensava che tu volessi offendere. Ora non più. Oggi innumerevoli legislatori del linguaggio, spesso in disaccordo fra loro, ci spiegano quali termini usare per parlare con rispetto di chi ha qualche inconveniente fisico o mentale più o meno grave e più o meno permanente.
La lista delle parole proibite si allunga ogni giorno, rendendo via via obsoleti gli eufemismi che in un tempo precedente erano apparsi accettabili. Sotto la tagliola cadono parole come “handicappato”, “portatore di handicap”, “disabile”, “affetto da disabilità”, “diversamente abile”. Per alcuni, persino “invalido” non va bene e l’unico termine accettabile è “persona con disabilità”.
Fin qui tutto chiaro. Lo sappiamo o, meglio, lo sanno quelli che lavorano con le parole o hanno tempo per queste cose. Meno nota è l’altra faccia della medaglia: anche la parola “normale” è fuori legge. Non puoi dire che una persona sia normale, perché – così facendo – sottintendi che esistano delle persone anormali, che potrebbero offendersi. E l’interdetto si estende alle cose: anche “shampoo per capelli normali” sarebbe potenzialmente offensivo (per chi compra uno shampoo speciale), quindi da evitare.
Il discredito per chi è normale, in realtà, viene da lontano. Risale agli anni Sessanta e Settanta, quando fra i contestatori e gli intellettuali più impegnati si diffuse l’idea, alquanto romantica, che la devianza – dai matti agli hippy, dai detenuti ai capelloni – altro non fosse che ribellione alle regole del sistema, ben rappresentato dalle istituzioni totali e dalle persone normali, pronte a stigmatizzare come devianza ogni allontanamento dalle regole imposte dalla classe dominante.
Oggi lo stigma funziona a rovescio. A essere biasimato è l’uso della parola “normale” e dei suoi sinonimi per significare che qualcuno è privo di disabilità: “normali” non si può usare «perché implica che gli altri siano anormali»; “normodotati” non si può usare «perché implica che gli altri siano ipodotati» (chissà mai perché ipodotati e non iperdotati); “abili” non si può usare «perché implica che gli altri siano inabili».
E allora, che facciamo? Un consiglio è quello di scrivere la parola “normodotati” fra virgolette oppure parlare di “cosiddetti normodotati”, «allo scopo di evidenziare che la parola è semanticamente scorretta». Ma questa soluzione non è completamente soddisfacente. Meglio usare l’espressione “temporaneamente normodotati”, «per ricordare che una disabilità non è mai congenita ma è conseguente a una malformazione, una malattia o un infortunio».
Abbiamo capito bene? Se sei normale, nel senso che sei privo di disabilità, devi definirti “temporaneamente normodotato” perché una disgrazia potrebbe capitare anche a te? Pare di sì. Ma niente paura, se siete superstiziosi potete fare gli scongiuri; se invece siete solo istruiti potete dire “sono normale” in inglese: I am Tab (Temporarily Able-Bodied), sono temporaneamente equipaggiato con un corpo abile. Che fa fine e non offende nessuno.
Di Luca Ricolfi
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