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Rimodulando il nostro tempo

Nonostante la pandemia sono nate inaspettatamente le occasioni per un nuovo modello di vita e non si intende tornare indietro. Questa prima parte di secolo gioca una partita dove le regole stanno cambiando.

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Ore sette del mattino, caffè per me e biberon per mia figlia. La radio accesa sta dicendo che dopo il ministro della Pubblica amministrazione Brunetta arriva anche il ministro del Lavoro Orlando. Che sia nel pubblico o nel privato, dallo smart working non possiamo però più tornare indietro.

Poco dopo un servizio sulla viabilità: file e ingorghi all’ingresso delle grandi città. Fuori finalmente c’è luce piena e, ancor prima di lavare e vestire mia figlia, raggiungo il portone dove ieri il corriere ha lasciato un pacco. Le temperature si sono abbassate e il cappello di lana che le ho comprato online è ciò che serve. Lo farò appena finito di pagare con una app la bolletta della luce. E subito dopo farò la lista della spesa, sempre online. Non riesco a fare un calcolo preciso di tutto il tempo che avrei perso se fossi dovuta andare a comprare in un negozio il berretto, avessi dovuto recarmi alle poste o in banca, per poi schizzare a fare la spesa. Come tantissime altre persone, è un calcolo che non voglio fare perché sono immersa in questa transizione digitale.

La pandemia, maledetta lei, ha dato un colpo di acceleratore al paradigma bio-mediatico, e dentro ci siamo tutti. Che piaccia o no. Come emerge dal 17° Rapporto Censis sulla comunicazione “I media dopo la pandemia”, il 38,1% di noi italiani non ne può più di file e richieste su carta stampata. Ben vengano servizi e app per ottenere certificati e documenti usando un semplice telefonino. Quasi la metà della popolazione italiana (48,7%) ha attivato l’identità digitale Spid. Ovvio, i numeri cambiano molto tra Nord e Sud e ci sono divari sociali. Il 29,9% è per l’e-commerce, il conto corrente online trova favorevole il 24,3% e l’home delivery piace al 24,2%. Insomma, l’emergenza è finita ma certe comodità sono ormai entrare nelle nostre abitudini.

Parlando di lavoro, circola da tempo un video belga che ha riscosso successo. È molto tenero. Mostra un padre nel suo ‘primo’ giorno di ufficio. A tenerlo per mano la sua bambina che tenta di consolarlo: starai bene, rivedrai i tuoi amici, non piangere. Fa sorridere, ma non è poi così differente da ciò che molti hanno provato. Prova ne sia che per il 20,2% del campione lo smart working è intoccabile (il dato sale al 28,6% tra i 30-44enni). Fa molto riflettere che dall’altra parte dell’oceano a marzo 2021 si sia registrato il 2,4% di dimissioni. Un vero e proprio record negli ultimi 20 anni di storia americana. “Great Resignation” (Grandi dimissioni): così si è espresso Anthony Klotz, professore di Management alla Mays Business School del Texas, per definire il fenomeno.

Di fatto si è provato un nuovo modello di vita, e non si vuole tornare indietro. O almeno così la pensa chi può permetterselo, quella porzione di lavoratori che spesso contiene le risorse più valide. Questa prima parte di secolo gioca una partita dove le regole stanno cambiando. Si sono fatte le otto del mattino, la giornata è ancora lunga ma mi pare di aver già guadagnato tempo.

 

Di Laura Malfatto

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