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Storia e bugie

Guerre Mondiali ma non solo. Fascismo, Resistenza, Tangentopoli: l’eterna ossessione italiana per il tradimento.

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Cominciamo da Parigi, dalla Conferenza organizzata (a partire dal gennaio 1919) dalle nazioni vincitrici della Prima guerra mondiale e che – una volta terminato il conflitto – avrebbe dovuto delineare il nuovo assetto geopolitico dell’Europa e siglare i trattati di pace con i Paesi sconfitti. I due italiani presenti, il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando e il ministro degli Affari esteri Sidney Sonnino si incagliarono in quei giorni convulsi sul mito della vittoria tradita. In ballo c’erano Fiume italiana e gli accordi del Patto di Londra (tra le nazioni vincitrici) sui territori da dare all’Italia in caso di successo bellico. Sonnino e Orlando, incoraggiati anche dall’intransigenza del re Vittorio Emanuele III, sulle richieste del nostro Paese non mollarono di un centimetro, finendo con l’alimentare l’idea del tradimento della vittoria, la nascita dell’irredentismo e la delusione in un Paese che aveva milioni di uomini reduci dalle trincee per quattro lunghi anni.

Ha scritto, in proposito, lo storico Federico Chabod, nel suo libro “L’Italia contemporanea (1918-1948)”: «Un’errata politica di governo che aveva voluto applicare a un periodo di crisi profonda della storia europea criteri politici e diplomatici ormai sorpassati portò così a quella che si può chiamare la ‘crisi della vittoria’. (..). Cominciò a circolare un’espressione molto significativa: ‘la vittoria mutilata’. La ritroviamo sulla bocca degli studenti e degli ufficiali appena tornati dal fronte. Il sentimento nazionale s’esaspera sempre di più». In quel clima, nei mesi successivi al 1919, Gabriele D’Annunzio prenderà Fiume mentre Benito Mussolini, dopo aver fondato nel marzo dello stesso anno i Fasci di combattimento su un terreno nazionalista e di sinistra, li sposterà gradualmente a destra, marciando verso la presa del potere, dando vita al fascismo e facendo sgorgare dal mito del tradimento l’Italia totalitaria.

Anni dopo, durante la Seconda guerra mondiale, crollato il regime fascista nel 1943 – con due date simbolo: il 25 luglio prima e l’8 settembre poi –, l’Italia comincerà a cullare il suo secondo mito: la Resistenza. Non che in Italia non ci fossero coraggiosi antifascisti e partigiani, ma una volta liberato il Paese dai nazifascisti, grazie all’intervento americano e alleato, il mito della Resistenza tradita diventerà argomento di una buona parte della sinistra. In realtà, come per la Vittoria mutilata anni prima, non si era consumato nessun tradimento ma semmai il necessario fare i conti con la realtà e con un Paese, l’Italia, collocato a pieno titolo in Occidente, tra le democrazie libere.

È il tradimento, nella storia italiana, un sentimento retorico che spesso ritorna, forse per un nostro cristianesimo di fondo che non può mai fare a meno di un Giuda. Certo, cambiano i tempi e anche le loro forme. Così nei primi anni Novanta allo scoppio di Tangentopoli e dopo anni di inchiostro sulla questione morale, l’ultima mitologia del tradire nazionale diventa la politica, giudicata disonesta a fronte di una onestà del popolo. Come se il nostro 8 settembre non finisse mai.

di Massimiliano Lenzi 

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