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Tanta scuola, poca classe

La scuola è ripartita. Complice la DAD, il livello di apprendimento dei ragazzi è ai minimi storici. Ma non è solo colpa del Covid, a mancare è proprio un metodo di apprendimento. Che andrebbe insegnato in aula al pari delle altre materie.

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“Scuola”, un concetto nato libero con il termine greco skholé (σχολή): il tempo di ozio da passare piacevolmente

Eppure, da bambini non andiamo a scuola, ci veniamo portati. Poche volte si va a scuola per una propria scelta, si va perché è “scuola dell’obbligo” e come obbligo, spesso, viene concepito. 

L’obiettivo dell’anno scolastico è quello di rispettare un programma standardizzato e di registrare le valutazioni degli alunni. Il compito degli alunni è quello di studiare per rispondere bene alle domande e ottenere un buon voto. Come se la scuola fosse solo nozionistica e c’entrasse poco con la logica, con il metodo, ancora meno con la vita stessa degli alunni!

E così, presi dall’ansia del nozionismo, il tempo che resta da dedicare al “perché” delle cose è quasi nullo; si pensa solo al “cosa” e all’argomento successivo. Allo stato attuale sono due le abissali carenze del sistema: il metodo di studio e le motivazioni.

Basterebbe intervistare dei ragazzi all’uscita di scuola per capire se hanno acquisito un metodo di studio, escludendo quello di leggere e ripetere, che metodo non è. La risposta sarà quasi sempre negativa e la colpa non è certamente degli alunni. È inconcepibile che nella scuola dell’obbligo non ci siano zero ore dedicate all’insegnamento di un metodo di studio che renderebbe l’apprendimento più efficace, più piacevole e più veloce.

Per questo quando la memoria non basta, per esempio davanti a manuali universitari di mille pagine, qualunque studente prova a crearsi un proprio metodo, anche rudimentale. Insegnare a suddividere un concetto complesso con simboli, schemi e brevi appunti migliorerebbe la vita di ogni studente. Eppure non lo si fa

La questione del metodo non è scollegata da quella della motivazione. Anche qui, il ruolo degli insegnanti è sottovalutato e appiattito. Non è che ai giovani non interessi lo studio, è che hanno bisogno di capire perché devono farlo, cosa può significare per la loro vita, quanto è figo studiare! Non a caso anche gli alunni meno studiosi ricordano con affetto i docenti che hanno avuto il coraggio di stimolarli superando la barriera del nozionismo

Eppure, ancora una volta, basterebbe sacrificare un po’ di tempo oggi per avere dei grandi risultati domani. Ho avuto la fortuna di testare ciò che scrivo aiutando dei ragazzi di scuola superiore. Quando li ho conosciuti, la scuola per loro era solo un peso, spesso prendevano voti bassi o insufficienti. Capii immediatamente che dovevo rendere quei momenti piacevoli, volevo dimostrare loro che era possibile conciliare studio e divertimento. 

Per farlo, li accoglievo sempre con un sorriso e spesso passavamo i primissimi minuti insieme a scherzare e chiacchierare anche di cose lontane dalla scuola: il calcio, la musica, i primi flirt. Dal primo giorno, chiesi ai ragazzi di dimenticarsi i voti, in quel momento non erano importanti. Non dovevano studiare a memoria, ma dovevano studiare per loro stessi, studiare bene avrebbe migliorato la loro vita di ogni giorno.

“Pensateci! – li esortavo -: Siete tra amici e state cercando di risolvere un problema. Chi ha più probabilità di trovare una soluzione, chi allena il cervello o chi non lo allena? Avete davanti a voi tantissima vita, innumerevoli occasioni: studiare bene vi aiuterà ad aprire porte che adesso neanche vedete”. 

Si fidavano di me, perché capivo quando arrivava il momento di alleggerire e le motivazioni di cui avevano bisogno. Il broncio che avevano quando li incontravo le prime volte durava un paio di giorni appena per lasciare poi spazio all’entusiasmo. Pensavo a cosa avrebbero voluto (e non hanno avuto) molti miei compagni di scuola. Battendo ogni giorno sulla motivazione, dimostrando concretamente quanto lo studio potesse renderli protagonisti della loro vita, già alla seconda settimana insieme erano loro a voler studiare. Esigevano di più da loro stessi ed erano diventati davvero curiosi su cosa studiavano.

Oltre all’aspetto motivazionale, era importante insistere sin da subito sul metodo di studio, presentandolo per quello che è: un grande alleato, incredibilmente ignorato. 

I voti dapprima insufficienti schizzavano nel giro di poco all’8 e al 9. La riprova che i giovani non vogliono insegnamenti dall’alto, ma “accanto all’altro”. La scuola non può ridursi ad una brutta copia di Wikipedia, non basta sapere le cose, ma serve saper spiegare e motivare, serve accendere la passione nell’animo dei ragazzi. Come fa il prof. John Keating, interpretato da un immenso Robin Williams ne “L’attimo fuggente”. Ignorare questa necessità di cambiare vuol dire fregarsene del futuro.

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