app-menu Social mobile

Inquadra e leggi gratis
La Ragione su app

Un trans alle olimpiadi: lo sport davvero non ha genere?

Nel 2015 il Comitato Olimpico Internazionale ha stabilito nuovi criteri di ammissibilità per partecipare nelle categorie femminili. Ennesima penalità per le donne?

|

Anche i Giochi Olimpici hanno contribuito all’emancipazione femminile. L’ammissione delle atlete avvenne nel lontano 1900, e con il passare degli anni il numero è aumentato via via, toccando un buon 44% nel 2016 alle Olimpiadi di Rio. Quest’anno il numero delle atlete ha toccato la sua punta massima con il 48% di presenze. Tokyo 2020 è l’edizione più rosa di sempreNon solo: sarà anche la prima a cui parteciperà – nella categoria femminile sollevamento pesi – una transessuale, Laurel Hubbard, un uomo diventato poi donna. 

Ma quali sono i requisiti per partecipare nelle categorie femminili?

A seguito dei cambiamenti nella società, soprattutto in campo trans-gender, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) nel 2015 ha stabilito nuovi criteri di ammissibilità per i nati di sesso maschile che vogliono partecipare nelle categorie femminili, in quanto si riconoscono come donne

È possibile quindi partecipare alle gare, anche senza aver effettuato un’operazione parziale o totale di transizione all’altro sesso; l’atleta può gareggiare nella categoria d’elezione solo se la sua concentrazione di testosterone rientra nei parametri stabiliti dal regolamento e non superi la soglia consentitaNon esistono ancora prove scientifiche però che l’abbassamento del testosterone rimuova completamente il vantaggio competitivo maschile; la partecipazione alle gare quindi resta aperta a qualsiasi uomo che abbia un determinato livello di testosterone.

Setacciando i criteri di ammissibilità emergono così atlete che non hanno raggiunto le classifiche nelle categorie maschili ma sono riuscite invece a classificarsi in quelle femminili, a seguito di interventi di transizione.
La Hubbard è l’esempio più lampante, neozelandese, specialista nel sollevamento pesi, tra il 1998 e il 2012 non è stata ammessa a nessun torneo internazionale, ma è riuscita a farlo nel 2013 per 11 tornei internazionali femminili, fino ad arrivare ad essere la prima atleta transgender a partecipare per la categoria femminile alle Olimpiadi di Tokyo.

La notizia ha sollevato naturalmente un polverone tra le altre atlete nate biologicamente donne che si sentono discriminate e restano convinte che la rivale parta avvantaggiata per ovvi motivi. Tracey Lambrechs, ex olimpica anche lei neozelandese, ha dichiarato: “Siamo tutti a favore della parità di diritti, ma se un soggetto di 43 anni biologicamente maschio viene autorizzato a vincere le Olimpiadi quanti uomini in futuro cambieranno genere per rubare il podio a noi donne? Sarebbe più corretto assegnare due medaglie”. Così come la belga Anna Vanbellighen considera la vicenda una “barzelletta di cattivo gusto” ed infine Kristi Miller, attivista transgender, ha mostrato disaccordo definendo la decisione del CIO “senza basi scientifiche: i 12 mesi di cura sono pochi e queste transizioni accelerate danneggiano la causa comune”.

 Le atlete transgender nel mondo 

Stephanie Barrett, ha effettuato un intervento chirurgico nel 2012 e nel 2018 dopo aver iniziato a praticare il tiro con l’arco è arrivata a vincere la medaglia d’oro dei Campionati canadesi.
Valentina Petrillo, che fino al 2018 aveva vinto 11 titoli paralimpici maschili italiani, vincerà poi tre medaglie d’oro ai Campionati Italiani Paralimpici Femminili di atletica leggera in un solo giorno. E ancora, Mary Gregory vincerà tutti e nove gli eventi della competizione 100% Raw Weightlifting Federation, battendo quattro record mondiali.
Questi solo alcuni dei numerosissimi esempi, troppi per poterli citare tutti, di transgender che hanno ottenuto risultati gareggiando nelle categorie femminili.

In questo periodo storico così delicato e complesso, è d’obbligo parlare di diritti per e di tutti.

Ma per comprendere meglio, tornano utili le parole di Sharron Davies, nuotatrice olimpica britannica, che in un’intervista ha dichiarato “ Gli sport dovrebbero essere classificati per sesso, non per identità di genere. Possiamo e dobbiamo trovare modi migliori per includere gli atleti trans nello sport, senza che le donne perdano i loro diritti, a condizione di parità e pari opportunità per gli uomini”.  I diritti umani restano un fondamento imprescindibile, ma come applicarli in casi come questo?

 

di Claudia Burgio

 

Registrati e leggi gratis La Ragione!

Accedi

LA RAGIONE – LE ALI DELLA LIBERTA’ SCRL
Sede legale: via Senato, 6 - 20121 Milano (MI) PI, CF e N. iscrizione al Registro Imprese di Milano: 11605210969 Numero Rea: MI-2614229

Per informazioni scrivi a info@laragione.eu

Copyright © La Ragione - leAli alla libertà

Powered by Sernicola Labs Srl