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Il pugno di Kenshirō

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Kenshirō e la forza al servizio degli ultimi che conquistò l’immaginario italiano

Il pugno di Kenshirō

Kenshirō e la forza al servizio degli ultimi che conquistò l’immaginario italiano

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Il pugno di Kenshirō

Kenshirō e la forza al servizio degli ultimi che conquistò l’immaginario italiano

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In giapponese ken sta per pugno e pertanto il manga “Hokuto no Ken” significa pugno del Carro del Nord. Il suo protagonista Kenshirō Kasumi è quindi un personaggio caratterizzato da un pugno sempre pronto a correre in aiuto dei disperati.

Questo fumetto scritto dal giapponese Buronson nom de plume di Yoshiyuki Okamura, in onore della sua somiglianza all’attore Charles Bronson – è ambientato in un futuro apocalittico in cui la Terra è devastata dagli effetti di un conflitto atomico mondiale. Esordita nel 1983 con i disegni di Tetsuo Hara sulla rivista “Weekly Shonen Jump” della casa editrice nipponica Shueisha (dopo che questa ne aveva pubblicato un prototipo su “Fresh Jump”), la storia dipinge l’umanità sopravvissuta impegnata a resistere alle vessazioni dei predoni che si aggirano nei deserti e nelle rovine delle vecchie città, arrivando addirittura a imporre la schiavitù. A difendere immancabilmente i più deboli interviene però il pugno di Kenshirō, sessantaquattresimo maestro della Sacra scuola di Hokuto (Hokuto Shin Ken), una disciplina immaginaria che insegna a colpire gli tsubo – i punti di pressione – del corpo dell’avversario provocandone in pochi secondi l’esplosione. Basta ricevere un colpo e per il nemico è come se iniziasse un countdown verso l’implosione, tanto che la frase «Omae wa mō shindeiru» (Tu sei già morto) è un tormentone della saga.

L’estrema violenza dell’ambientazione e dei combattimenti è però assai stemperata da alcuni dettagli, a partire dal character design grottesco e lombrosiano. I nemici di Kenshirō – uomo dallo sguardo serissimo e dal fisico perfetto (eccezion fatta per le sette cicatrici che disegnano sul suo petto la costellazione del Carro del Nord) – sono caratterizzati da corpi paradossali. Sfregiati e muscolosissimi oppure obesi e titanici, esibiscono piercing, capigliature punk nonché armature più vicine all’estetica camp (simili al costume di Sean Connery nel film “Zardoz”) che a quella post apocalittica. I mezzi di locomozione sono ancora più capricciosi, con moto o dune buggy che la fanno da padrone mentre la nemesi finale della serie – Raoul (Raō in originale) – preferisce addirittura muoversi su un colossale cavallo dall’icastico nome “Re Nero”.

Quando nel 1984 l’anime tratto da questo fumetto arrivò in Italia, a colpire il nostro immaginario collettivo fu soprattutto la decisione di rappresentare le scene cruente delle esplosioni con delle silhouette nere che si deformavano su campiture di colore rosso. Una scelta che amplificò l’impatto iconico della serie, accompagnata dalla suggestiva sigla scritta da Lucio Macchiarella e cantata da Claudio Maioli (sotto lo pseudonimo “Spectra”), che ancora suscita spontanei canti corali nella generazione che la vide per la prima volta decenni fa sul canale Italia 7.

di Camillo Bosco

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