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Il meno peggio o il peggio senza il meno

Ballottaggi: tutti in corsa per vincere il secondo e decisivo round.

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E adesso? Adesso di corsa verso i ballottaggi. Con Giorgia Meloni che chiede di serrare i ranghi e rinunciare alle battute sui candidati: soprattutto se marchiati Fd’I. Con Matteo Salvini che ruggisce (oppure è il solito starnuto?) contro il governo perché leggere quelle articolesse con i titoli “Il vero vincitore è Draghi”, mentre il centrodestra scoloriva, gli ha mandato il sangue alla testa. Con Enrico Letta che si crogiola nel successo ma incrocia le dita perché guai a ripetere l’esperienza della occhettiana gioiosa macchina da guerra, strabordante nelle amministrative e schiantata nelle urne politiche. Tutti di corsa per vincere il secondo e decisivo round, dopo le giaculatorie di rito sulla affluenza che è un rubinetto che perde sempre più.

Ecco, appunto. La verità è che al secondo turno il compito maggiore ce l’hanno i candidati che sono arrivati al ballottaggio: tocca a loro convincere quelli che non li hanno votati a convergere su di loro. Se non si fa così il risultato sarà il medesimo, disarmante, di tutti i secondi turni all’italiana, e cioè urne disertate ancor più di prima. Se per l’appuntamento del 18 ottobre non si offre a chi ha fatto scelte diverse una o più ragioni per calamitarne l’attenzione e poi sperabilmente il suffragio, la conseguenza più probabile – anzi inevitabile – è che chi non si è riconosciuto nei due esponenti che hanno prevalso al primo turno preferirà restare a casa piuttosto che superare l’interna malmostosità per eleggere qualcuno che non ha convinto prima e continua a non convincere adesso.

Certo, ci sono i teorici del ‘meno peggio’: votare bisogna comunque scegliendo il candidato meno lontano perché così si adempie un dovere democratico. Va bene. Salvo che a forza di meno peggio si avvia una spirale al termine della quale c’è il peggio senza il meno. E comunque anche il meno peggio una qualche spinta la deve produrre, una qualche stimolazione la deve provocare. Altrimenti la fuga dai seggi è scontata.

Prendiamo il caso di Roma, che poi è il più importante di tutti. L’ex ministro Gualtieri non può ritenere che i voti di Calenda (e magari anche quelli di Raggi) convergano su di lui «perché altrimenti sarebbe strano». Strano è considerare gli elettori mandrie che transumano da un candidato all’altro. E infatti Calenda pone una condizione politica – no al grillismo – per aderire all’appello. A proposito di mandrie, riconoscendo all’ormai ex sindaca il copyright del termine, non è neppure pensabile di nasconderle, spiegando che il voto è segreto. Quello dei cittadini sì; quello degli esponenti politici anche no, grazie: è solo un sotterfugio.

di Carlo Fusi

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