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Investimenti in Cina: rischi senza regole

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Il governo tedesco ha dato l’ok all’acquisto del 25% delle azioni del porto di Amburgo a un’impresa cinese. Quali sono i rischi e quali i vantaggi?
Investimenti in Cina: rischi senza regole

Investimenti in Cina: rischi senza regole

Il governo tedesco ha dato l’ok all’acquisto del 25% delle azioni del porto di Amburgo a un’impresa cinese. Quali sono i rischi e quali i vantaggi?
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Investimenti in Cina: rischi senza regole

Il governo tedesco ha dato l’ok all’acquisto del 25% delle azioni del porto di Amburgo a un’impresa cinese. Quali sono i rischi e quali i vantaggi?
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Dei capitalisti cupidi Lenin diceva: «Ci venderanno volentieri le corde con le quali li impiccheremo». Questa battuta cinica è una utile antifona al dibattito sul futuro delle relazioni commerciali con la Cina. Il governo tedesco, non senza forti polemiche interne, ha dato il beneplacito all’acquisto del 25% delle azioni del principale porto tedesco, Amburgo, a un’impresa cinese. Il 25%, sostiene il cancelliere, è un mero investimento finanziario, non una partecipazione di controllo. Osservazione corretta, ma le due domande obbligatorie che seguono sono: la Cina offre reciprocità vera agli investimenti europei a casa sua? E ancora: come si può concorrere liberamente con imprese formalmente private ma in sostanza sostenute da uno Stato con tasche profonde e obiettivi politici più che economici? Sembrano domande retoriche con risposte scontate, ma non lo sono. Circa la prima domanda, la vicenda da seguire con attenzione è forse il crack del conglomerato immobiliare cinese EverGrande. Non è roba da poco, visto che c’è un ‘buco’ di oltre 300 miliardi, la cui dimensione è tale da rendere inevitabile un intervento statale. I creditori del gruppo in dissesto sono milioni di cittadini cinesi che hanno pagato caparre per appartamenti non completati, fornitori privati cinesi, creditori bancari e istituzionali cinesi… e obbligazionisti occidentali. Se i costi saranno equamente divisi, i creditori occidentali avranno poco da lamentarsi: hanno fatto un investimento imprudente o sfortunato e ne pagano le conseguenze. Se invece i creditori domestici saranno privilegiati rispetto a quelli esteri, la lezione avrà valenza sistemica: è imprudente investire in Cina ed ergo anche imprudente offrire agli investitori cinesi garanzie equilibrate. La seconda domanda porta a riflessioni ancor più importanti: se i cinesi viziano la concorrenza con aiuti pubblici che hanno finalità geopolitiche più che economiche, dobbiamo reagire seguendo il loro esempio? Fanno bene o male gli americani a offrire grandi aiuti finanziari all’elettronica per riportare in Usa la produzione? È necessario chiedere al maggior produttore globale di chip avanzati, Tsm, di spostare la produzione da Taiwan agli Stati Uniti, per proteggere l’Occidente dalle implicazioni di un attacco cinese a Taipei? Non vanno sottovalutate le conseguenze economiche di una possibile de-globalizzazione radicale, la prima delle quali sarebbe una perdurante forte pressione inflazionista. Il commercio è insomma un’alternativa all’austerità dei tassi, per contenere l’inflazione. Il “sovranismo”, invece, è il padre dell’inflazione. Infine, per chiudere, un commercio equilibrato implica misure anti-dumping, cioè punizione delle vendite in perdita fatte per conquistare quote di mercato. Che è quanto si apprestano a fare i cinesi in Europa nel settore delle auto elettriche. Ma quale dev’essere la reazione intelligente? Punire l’import di auto cinesi o accelerare l’innovazione e la penetrazione delle auto elettriche di origine europea? Sono questi, credo, i temi concreti di cui val la pena dibattere, lasciando da parte gli slogan.   di Ottavio Lavaggi

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