I patti hanno un senso se una volta firmati vengono poi applicati, declinati in scelte concordate. A Solferino fu così, si stava dalla stessa parte anche grazie alla contessa di Castiglione e fu un passaggio fondamentale per dirigersi verso il Quirinale che all’epoca aveva un altro inquilino. Vero, il giorno dopo Napoleone III fermò le operazioni e si dovette attendere la caduta a Sedan per raggiungere il Colle, ma il più era fatto.
Oggi il patto ha nella sua natura un cambio della cultura di governo degli ultimi decenni, quando i governi erano solo uno degli attori e grandi erano le autonomie di cui godeva il mondo dell’economia che al massimo li consultava. Un malinteso laissez faire nel quale la politica rincorreva affannosamente scelte fatte altrove.
Nel momento in cui si declinano le aree di interesse dei due Paesi è evidente che la politica riacquista un ruolo dirigente dal quale nessuno potrà più prescindere. Accordi industriali e finanziari tra aziende pubbliche o private, Tim-Vivendi per capirsi, verranno valutati all’Eliseo e a Palazzo Chigi sotto l’occhio del Quirinale: vi pare poco?
Per la politica e la cultura di governo di Parigi non è una particolare novità; per l’Italia è una inversione di tendenza epocale operata da quello che in molti avevano considerato un tecnico, senza capire che Draghi non è semplicemente l’uomo forte ma uno che la politica la mastica come pochi in una visione moderna nei luoghi (internazionali e non nei sottoscala delle veline) e contemporaneamente antica: il potere. Chapeau!
Di Flavio Pasotti
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