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Dieci giorni per diventare padre: l’Italia dice ancora No al congedo paritario

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La politica si ferma, ma i padri italiani chiedono più tempo per esserci. La proposta per cinque mesi di congedo di paternità è stata bocciata

Dieci giorni per diventare padre: l’Italia dice ancora No al congedo paritario

La politica si ferma, ma i padri italiani chiedono più tempo per esserci. La proposta per cinque mesi di congedo di paternità è stata bocciata

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Dieci giorni per diventare padre: l’Italia dice ancora No al congedo paritario

La politica si ferma, ma i padri italiani chiedono più tempo per esserci. La proposta per cinque mesi di congedo di paternità è stata bocciata

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C’è una distanza sottile ma potente tra ciò che una società desidera diventare e ciò che le sue leggi riescono davvero a raccontare. A volte quella distanza dura anni. A volte si misura in giorni. Dieci, per esempio. Dieci giorni: è questo il tempo che oggi la legge italiana concede ai padri per fermarsi, respirare e accogliere la nascita di un figlio. Dieci giorni per assistere una compagna stremata dal parto, per imparare a cambiare un pannolino, per restare svegli di notte con un neonato tra le braccia. Dieci giorni per iniziare a costruire una relazione che durerà tutta la vita.

Poi si torna al lavoro.

La Commissione Bilancio della Camera ha respinto la proposta di legge unitaria delle opposizioni sul congedo paritario. Un testo che, tra le altre cose, avrebbe portato il congedo di paternità a cinque mesi e alzato al 100% la retribuzione per il congedo di maternità. Una proposta che provava a immaginare una genitorialità più equilibrata, meno schiacciata su un solo genitore, più vicina alla realtà delle famiglie di oggi.

Non era una proposta astratta. I dati raccontano una storia molto concreta.

Negli ultimi anni sempre più padri italiani hanno scelto di prendersi il congedo di paternità. Secondo l’INPS, tra il 2013 e il 2022 la percentuale di padri che ne usufruiscono è più che triplicata. Non è solo una statistica: è un cambiamento culturale. Sempre più uomini vogliono esserci.
Non solo come sostegno economico, ma come presenza reale.

Vogliono essere quelli che tengono il bambino mentre la madre dorme un’ora in più. Quelli che imparano a riconoscere un pianto. Quelli che vedono per primi il sorriso storto dei due mesi o la smorfia incredula davanti al mondo. Eppure, la struttura delle nostre politiche familiari continua a raccontare una storia diversa. Una storia più vecchia, in cui la cura è quasi esclusivamente responsabilità delle madri.
Il paradosso è tutto qui: mentre la società cambia, la legge resta indietro. Molti padri non utilizzano nemmeno i dieci giorni disponibili. Non perché non vogliano, ma perché temono ripercussioni sul lavoro, pressioni implicite, o semplicemente perché in molti ambienti professionali la presenza del padre accanto al neonato è ancora vista come un’eccezione, non come la normalità.

Eppure la ricerca internazionale è chiara: quando i padri hanno più tempo con i figli nei primi mesi, cambiano gli equilibri familiari per anni. La divisione del lavoro domestico diventa più equa. Le madri rientrano più facilmente nel mondo del lavoro. I bambini crescono con due figure di riferimento attive.

Il congedo di paternità non è solo una misura per i padri.
È una misura per le madri.
Per i bambini.
Per l’economia.
Per l’idea stessa di famiglia.

La bocciatura della proposta non cancella il fatto più importante: il cambiamento è già iniziato. Non nei palazzi della politica, ma nelle case.

Nei padri che chiedono ferie per restare qualche giorno in più.
Nei genitori che si dividono le notti.
Nei neonati che crescono tra due presenze e non una sola.

Le leggi possono rallentare il cambiamento.
Ma raramente riescono a fermarlo perché quando nasce un figlio, nasce anche qualcosa di nuovo in chi lo accoglie. E sempre più padri italiani stanno scoprendo che essere presenti non è un favore, non è un gesto straordinario. È semplicemente il loro posto.

Di Camilla Parigi

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