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11 settembre, William Rodriguez salvò la vita a centinaia di persone: “Sono solo un sopravvissuto”

8 Settembre 2026

(Adnkronos) – A 25 anni da quel giorno – l’11 settembre 2001 – la memoria di William Rodriguez ricorda ogni singolo istante, come se non fosse passato davvero tutto questo tempo da quella mattina a Manhattan. In questo quarto di secolo lo hanno chiamato in tanti modi: “Eroe”, “Key Master” (il custode delle chiavi, ndr) oppure “Last Man Out”, l’ultima persona a uscire viva dalla Torre Nord prima che crollasse. “A venticinque di distanza, rivivo l’11 settembre ogni singolo giorno. Non è qualcosa che si possa cancellare dalla memoria dei sopravvissuti”, racconta Rodriguez all’Adnkronos, “Sono solo un sopravvissuto che aveva la chiave per fare le cose, non un eroe. Per me, gli eroi sono morti l’11 settembre mentre cercavano di aiutare”.

Oggi 68enne, a quei tempi, era un addetto alle pulizie del World Trade Center ed è diventato celebre perché possedeva una chiave passe-partout che gli permise di aprire le scale di emergenza di una delle Torri Gemelle, salvando così centinaia di vite prima dei crolli. Solo cinque persone in tutto il complesso avevano quelle chiavi. “Ero una delle poche persone in possesso di una chiave universale per le trombe delle scale. Con gli ascensori fuori servizio, ho utilizzato la chiave per aprire le porte di diversi piani, consentendo al personale di soccorso e agli occupanti di muoversi all’interno dell’edificio”.

Si può notare come Rodriguez, originario di Puerto Rico, sia un po’ stanco di raccontare sempre questa storia, come ha fatto probabilmente migliaia di volte in tutto questo tempo. È un ricordo che, nonostante tutte le vite salvate, continua a causargli incubi. Vorrebbe poter dimenticare, ma non può. Per pura coincidenza, 25 anni fa, non si trovava al 106° piano, dove i dipendenti ispanici del ristorante “Windows on the World” gli offrivano la colazione ogni giorno appena iniziava il turno. L’undici settembre arrivò con mezz’ora di ritardo al lavoro e quindi si recò direttamente negli uffici situati nel seminterrato della sua azienda, l’American Building Maintenance. Un ritardo che gli ha salvato la vita. Per quanto riguarda quei dipendenti, alcuni erano suoi amici. Anche dopo tutto questo tempo, Rodriguez ci tiene a ribadire che ha salvato tanta gente, eppure: “Chi volevo aiutare fin dall’inizio — i miei amici — non li ho salvati”. Lui lo definisce: “Il senso di colpa di chi è sopravvissuto”. Secondo le cronache di quel giorno, Rodriguez rientrò più volte nella torre in fiamme, guidando coraggiosamente i vigili del fuoco di New York su per le scale fino al 39° piano per soccorrere i sopravvissuti rimasti intrappolati.

“Le persone che avevano le chiavi cercavano di salvarne altre o erano scappate. E poi c’era la quinta chiave, quella che avevo io. La chiamano “chiave della speranza”, ed è una chiave che apriva tutto. Bisogna ricordare che si trattava di porte d’acciaio; così ho iniziato a guidare i vigili del fuoco piano dopo piano, aprendo le porte per permettere alla gente di fuggire e salvando centinaia e centinaia di persone mentre salivo fino al trentanovesimo piano. I vigili del fuoco si sono dovuti fermare al ventisettesimo piano perché non ce la facevano più; non avevano più forze. Io ho continuato perché quello era il mio lavoro”. A un certo punto Rodriguez stava soccorrendo al 27° piano un uomo in sedia a rotelle che stava avendo un attacco d’asma. Dopo averlo caricato su una barella di soccorso, lo stava portando fuori dall’edificio insieme a tre pompieri. “E in quel momento sento: ‘Non guardare indietro! Non guardare indietro!’. La polizia mi dice di non guardare indietro. E quando ti dicono: ‘Non guardare indietro’, qual è la prima cosa che fai? Ti giri. E mi volto e vedo la cosa più orribile che abbia mai visto in vita mia. Vedo tutti i corpi delle persone che si buttano giù dall’edificio. Immagina un corpo che cade da 80 o 90 piani sopra di te. Cade con una tale forza da esplodere sul pavimento.

Pochi minuti dopo il grattacielo viene giù. L’addetto alle pulizie si riparò gettandosi sotto un’autopompa, ma rimase sepolto vivo sotto le macerie. Fu tratto in salvo circa quattro ore e mezza più tardi. “In quel momento sento: ‘Corri, corri, corri.’ Non c’era nessuno intorno a me. Ecco perché mi chiamano l’ultimo uomo rimasto. Non c’era nessuno intorno, e all’improvviso ho visto un camion dei pompieri proprio, sai, parcheggiato davanti alle porte girevoli. Mi metto sotto il camion dei pompieri, e l’edificio scoppia, scoppia, scoppia, crollando proprio sopra di me, e rimango sepolto vivo per ore. Grazie a due emittenti televisive che erano lì a filmare, si è saputo che l’ultimo uomo uscito era in quella sezione. Hanno iniziato a cercare sotto le macerie e sono stato tirato fuori ore dopo”.

Sono passati 25 anni e Rodriguez, nel corso di questi anni, è diventato una delle figure più emblematiche tra i sopravvissuti. L’uomo ha viaggiato parecchio parlando delle sue esperienze legate all’11 settembre, tenendo conferenze motivazionali e discutendo di gestione delle emergenze. È diventato sempre più un critico della narrativa ufficiale del governo degli Stati Uniti sulle cause del crollo delle Twin Towers e ha anche condiviso teorie alternative riguardanti delle esplosioni nei seminterrati, sostenendo di averle sentite pochi istanti prima che l’aereo colpisse i piani superiori. La Commissione sull’11 settembre ha respinto le sue affermazioni sulla presenza di esplosivi nella Torre Nord, ritenendole prive di fondamento. “Ciò che ho visto è probabilmente peggiore di quanto abbiano visto i comuni sopravvissuti in quel momento, perché dovevo cercare di soccorrere, piano per piano, le persone ferite. Immaginate di avere una scrivania proprio accanto a una finestra: tutti quei vetri sono andati in frantumi, lasciando le persone con schegge conficcate nel viso e nelle braccia. Ricordo il sangue ovunque, le scarpe sparse dappertutto mentre la gente fuggiva. E le urla. L’immagine che non mi abbandona mai è quella delle grida di puro terrore di chi era rimasto intrappolato negli ascensori: stavano praticamente morendo lì dentro, impossibili da soccorrere perché bloccati tra un piano e l’altro. Tutti questi ricordi orribili, danteschi, di quel giorno… li rivivo ogni singolo giorno”. (Di Iacopo Luzi)

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